Capitolo 5 – Verdemare

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Brooklyn Gang Series by Bruce Davidson, 1959

Purtroppo, era solo l’inizio. Alba diventò gelida nei miei confronti. Il colpevole di tutti i suoi mali ero diventato io. Io, che ero rimasto. Io, che l’avevo cresciuta. Io, che l’amavo, ed avevo il coraggio, la costanza, la cura di amarla ogni santo giorno da che era venuta al mondo. Io. Non quella lupa solitaria di sua madre. La guardavo allontanarsi da me ogni giorno, rispondevo debolmente alle sue frecciatine scritte, al suo mutismo imposto, a tutto quel silenzio che amplificava il rancore. Non volevo cedere al suo gioco sanguinario. Voleva il silenzio? E allora l’avrei abbracciata con il mio silenzio contro il suo livore. A costo di mordere di notte il cuscino.

Non riuscivo a capacitarmene, e al tempo stesso capivo la necessità di tutta quella violenza. Alba aveva bisogno di qualcuno vicino che raccogliesse il suo dolore, e poteva farlo solo con chi era presente nella sua vita. Colpire gli assenti, per quanto possa essere più giusto secondo la ragione, dà molta meno soddisfazione all’istinto. Il tuo pugno ha bisogno di un muro contro cui sbattere, una parete che lo fermi. Una pietra che lo faccia sanguinare fuori, per coprire il sangue che scorre dentro.

Come ho detto, molti giovani in paese avevano notato Alba. Il garzone la fissava quando attraversava la piazza con il pane appena sfornato; il mozzo si bloccava con le reti in mano quando veniva a portarmi il pranzo, le volte che restavo in porto; il bracciante che non la conosceva le fischiava dietro quando costeggiava il campo. Poi gli spiegavano che quella era la figlia muta della Giumenta, e non si voltava neanche più. Questo era il punto: tanti la desideravano, ma nessuno la voleva.

Una sera ero alla locanda, rintanato nel buio di un tavolo solitario. Erano almeno tre ore che stavo seduto lì, una bottiglia vuota a farmi da commensale. Ormai mi fermavo sempre più spesso all’osteria: preferivo il fracasso della vita, a quel tenace silenzio mortale che Alba mi imponeva in casa. D’un tratto, sentii pronunciare il nome di mia figlia da uno dei ragazzotti appollaiati al bancone. Poi un apprendista disse a voce alta che lo sapeva lui cosa le serviva, alla muta, per farla parlare, anzi no, cantare proprio. Un suo amico, lì accanto, rise ostentando approvazione. L’imprudente non mi aveva visto, e persino l’oste, dopo una grassa risata, si ricordò con orrore della mia presenza da qualche parte, nel buio del locale. Si zittì, imbarazzato: diede le spalle al bancone e prese a strofinare con insistenza un bicchiere già pulito. L’apprendista e i suoi amici continuarono a ridere, uno aggiunse che la figlia di Pietro il Pescatore era la donna perfetta da sposare: bella e muta, così non ti esaspera. Nuovi schiamazzi e pacche sulle spalle. Poi, però, un altro giovane, che non riuscii subito a scorgere, alzò la voce e disse che sapeva che Alba le parole le sapeva scegliere: magari non le uscivano di bocca, ma la sua penna correva veloce.

– “Sai che mi frega? Che scriva pure, ancora della carta non ho paura”, rispose il garzone, ormai esaltato da tutta quella popolarità da bar.

– “Dovresti. Le parole creano un solco, anche quelle rimaste sospese”, rispose l’altro.

L’oste iniziò a tossire nervoso, non sapeva come interrompere quell’alterco. Io invece ne ero molto interessato. Per la prima volta dopo anni, mi premeva sapere cosa pensavano di mia figlia in paese.

– “Finché restano sospese, non mi fanno nulla”, bofonchiò l’apprendista, alla fine.

– “Forse ti pendono sulla testa come una forca”, replicò l’altro.

– “Una forca? Ma di che parli? Cosa c’è di così diverso in una muta incazzata rispetto a una qualunque delle nostre donne che non ti rivolge parola dopo una lite?”, il giovane si era sollevato dallo sgabello, seccato. E aggiunse: “Anche fosse, cosa vuoi che faccia? Che mi lasci? E chi se la prende, una così? Dove vuoi che vada una come quella, da sola?”

– “Più lontano di te, sicuro. Persino da ferma”.

Intorno, si fece silenzio. Tutti gli occhi si spostarono sull’apprendista. Da fuori, due vecchi entrarono nella locanda, per godersi la scena. Il ragazzotto moro, che non intendeva rinunciare al titolo di eroe del giorno, sogghignò, e rispose: “E a te, poi, cosa ti frega? Mi sa che parli così solo perché ti fotti la muta, sennò che la difendi a fare?”

Nella cagnara di strepiti e gomitate, il difensore di Alba non rispose.

– “È vero o no, che ti sbatti la capretta? Ammetti lo schifo!”, incalzò l’arrogante a voce più alta, il sapore della vittoria già sul palato. I suoi compari era in un delirio di urla e apprezzamento.

– “Questo non ti riguarda. Schifo, lo dici a tua sorella. E comunque, meglio figlia di capra che figlio di cagna, come te”.

Nel locale scoppiò un boato di risate e sguardi goliardici verso il moro contendente, che non la prese bene. Infatti, a quel punto, paonazzo, scattò in avanti cercando di afferrare l’altro per il bavero. Il giovane misterioso, però, si scansò, scartando di lato. Fu solo a quel punto che lo vidi: un ragazzo biondo, coi capelli e la fronte bruciati dal sole, non molto alto. Sotto le ciglia lunghe, due occhi verdemare. Oltre ai modi, era asciutto anche nel corpo.

Un pescatore, pensai. Ma non lo avevo mai visto, come poteva essere? E poi, mia figlia che si vedeva con qualcuno? Che lo baciava, lo abbracciava, forse persino lo amava? Ma quando era successo, e come? Chi era stato tanto bravo e tenace da farsi aprire le porte del suo mondo?

Mentre riflettevo su questo, il garzone era stato bloccato dall’oste, il quale mormorava di smetterla, che c’ero anche io nel bar; proseguiva poi urlando che nel suo locale di casini non ne voleva, e che li avrebbe cacciati fuori tutti se non si cambiava argomento.

Solo allora, il gruppetto realizzò che avevo assistito a tutta la scena. I tre si irrigidirono, sussultarono nel vedermi tra i fumi e le ombre dell’osteria, e bofonchiando pietose scuse e riferimenti alla goliardia tipica di quelle serate tra uomini, si defilarono. Restarono solo quegli occhi verdemare, increduli, a fissarmi. Mi avvicinai al ragazzo, che cercava di mantenere un atteggiamento calmo, ma con minor successo di prima. Lo ringraziai per aver difeso mia figlia. Fu l’unica cosa che riuscii a dire.

Mentre stavo per chiedergli chi era e se era vero che frequentava Alba, mi sorrise, scusandosi parlò di un impegno, e corse via.

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