
Una chiazza gialla in campo grigio, come un sole incoerente su un cielo autunnale. La macchia si muove in una scia di riflessi: l’origine è un polso argentato di donna che s’illude di scacciare l’afa di agosto. Il suo corpo affiora da un abito zafferano, scarica il peso e l’attesa in un paio di sandali sul marciapiede rovente. D’un tratto, la donna emette un grido nella mia direzione, oltre il parabrezza.
Quel grido è il mio nome e la macchia gialla è mia madre.
Eccola, penso. Mi rimetto gli occhiali sul naso e osservo Viviana, la bionda Viviana, Vivi per le amiche, mentre scansa la zoppia di un anziano e si dirige verso la macchina. Neanche il tempo di accendere il motore, che mia madre spalanca il bagagliaio con la solita allegria senza dubbi.
«Ciao, tesoro!»
Il tono è frizzante, civettuolo. Butta la valigia dentro, corre accanto a me.
«Ciao, mamma».
Nei saluti mi sono allenata. Ora riesco a sviare in fretta la traiettoria delle sue labbra, diretta sempre alla mia bocca, come quando ero bambina.
Sullo zigomo resta un po’ di saliva: un buon compromesso.
«Uff, che caldo qui dentro, accendi l’aria».
Non serve che io reagisca. La sua mano è già sul condizionatore mentre scruto la strada per rientrare in carreggiata.
«Attenta che passa una macchina».
«La vedo».
«Gira a destra, per l’autostrada fai prima».
«Lo so».
«Proprio quella strada lì…»
«Lo so, mamma».
«…Poi ti fa fare una piccola deviazione…»
«Lo so».
«…e infine ti fa sbucare alla rotonda dove c’è l’uscita che ci serve».
«Lo so».
«Allora, sei contenta che partiamo?»
Ho un sorriso fioco, me lo sento nelle guance. La strada è deserta, oggi. «Sì, certo».
Fuori, i platani stanno già sbiadendo. La città deserta mi piace: rispecchia la mia solitudine, una spossatezza interiore che non riesco a nascondere.
«Beh, che è quella faccia?»
«Niente».
Viviana ha un radar per i pensieri negativi di sua figlia, li intuisce da quando è nata. Somigliano a un tremore sismico, il presagio fremente che fa tintinnare i vetri. Possono estinguersi da soli – e allora le giornate con Dani corrono spianate e luminose come praterie – o preannunciare un terremoto di recriminazioni e silenzi telefonici. Proprio come i cataclismi, arrivano imprevisti e senza rimedio.
Chissà cosa si muove, dentro sua figlia: anche adesso, con quello sguardo ostinato e i pugni sul volante. Viviana la osserva e prega che quel giorno si riveli prateria.
«Tesoro, devi reagire. A quelli, devi dire: mi prendo tutte le ferie arretrate, saluti. Sei troppo buona». Viviana sbuffa e si fa vento al viso con una mano. «Oggi davvero si crepa di caldo».
«Mamma, ho voluto io questi turni».
«Ma perché? Non fa bene, lavorare così tanto».
Viviana guarda la sua Dani: profonda, determinata, bella – forse un po’ sciatta… Ma lavora troppo, poverina. Affidabile, responsabile. Indipendente. Chissà come le è uscita una donna così.
Sorridendo, le sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Daniela li riporta sul viso senza una parola. Viviana sospira, guarda fuori. Distante, però. Sempre distante.
Se pensa a quante conversazioni le capita di origliare tra madri e figlie, ovunque si trovi – in ospedale o alle poste, al mercato o sull’autobus – c’è sempre una donna immersa in un costante tiro alla fune con una giovane versione di sé. Non si direbbe, ma il mondo è pieno di madri e figlie. Veramente pieno.
Non vista, Viviana si affaccia sui loro agoni privati e, nonostante le nubi, sembra tutto così semplice: risate, consigli, confidenze… Perfino i litigi muoiono innocui come acquazzoni. Non c’è sguardo cupo che non venga spazzato via da una battuta o una carezza. Viviana invidia quel mistero simbiotico: cosa le sfugge?
«Fortuna che questo fine settimana ti ho convinta a staccare un po’. Un weekend tutto per noi!» Allunga un braccio, cerca di farle il solletico sotto le ascelle.
«Mamma, dai! Ma che fai, sto guidando».
«Almeno ti ho fatto ridere, musona».
«Mmm».
Daniela si morde un labbro, torna a concentrarsi sulla strada. Vede il cartello verde con scritto “Ancona”, esce dalla rotonda.
«Quanto è di viaggio?», Viviana cerca di tenere viva la conversazione.
«Davvero non lo sai? Dopo tutti questi anni?»
«Siamo sempre scese in treno…»
La Fiesta grigia supera il casello.
«Ma perché non abbiamo fatto come al solito? – riprende – Potevamo chiacchierare con calma».
«Anche qui possiamo chiacchierare con calma».
Come se ci tenessi davvero. Mentire è il lucchetto al mio diario segreto, il cartello “Non entrare” fuori dalla camera da letto, una stanza tutta per me. Un modo per sopravvivere. Stamattina, la monotonia dell’asfalto m’ipnotizza: il guardrail inchioda i pensieri lungo un orizzonte vicino e perenne, semplice. Sembra infinito. Vorrei che lo fosse.
Adoro guidare, fingere concentrazione. Posso isolarmi, interagire il giusto, chiudermi in un’ovatta invisibile di silenzio. Per questo le ho detto, O scendiamo a Falconara in auto, o non vengo.
Così eccoci qui, sparate a cento all’ora sull’Adriatica. Lei, ragazzina patetica, bionda e abbronzata nel suo kaftano lucente; io taciturna, nascosta da occhiaie e magliette sbiadite.
Altra ribellione collaudata: vestirmi sobria, pratica. Niente tacchi, niente strass. So che faccia fa mia madre quando mi vede. La avverto, la proiezione balistica del suo sguardo sui miei vestiti, sui capelli. No, mamma, non giocheremo alle sorelline in riviera.
«Allora, com’è andata la settimana con Mara?», spezzo il silenzio.
«Bene, dai». Mia madre si rianima: «Solite chiacchiere. Ci siamo riposate, tutto sommato».
«Come sta Mara?»
«Mah, che vuoi, è sempre lei. Si lamenta del fatto che, senza di me, in ufficio va ancora peggio. La direttrice è una stronza, un’incompetente. Pensa che Mara ogni tanto chiama per chiedere a me consigli sulle pratiche, siamo a posto!»
Viviana ride, rossa in viso.
Conosco quel compiacimento: pensarsi indispensabile è la sua droga.
«Per il resto – Viviana abbassa l’aletta parasole, controlla che il rossetto non sia finito sui denti – il solito: sua madre sta male e se ne occupa solo lei. Il fratello si è fatto di nebbia. E la figlia… – tira un lungo sospiro, chiude l’aletta; l’insegna Mondo Pollo – Concimi e pollai da allevamento di un camion le sfreccia accanto – …non esce più di casa. Praticamente non si alza dal letto. Trovarle un lavoro, adesso, è il problema minore». Spalanca gli occhi, le iridi azzurre enfatizzate dal rimmel si spostano su di me. «Mi sa che è diventata come quelli giapponesi, come si chiamano, gli hicosi, là».
«Gli hikikomori».
«Eh».
«Mamma, Claudia è depressa, che c’entrano gli hikikomori…»
«Beh, e secondo te quelli non sono depressi? Che se ne stanno chiusi al buio tutto il giorno?»
Guida con prudenza: un pallido monito sovrasta la Fiesta, subito risucchiato dalla strada già percorsa.
«In ogni caso – prosegue Viviana – Io gliel’ho detto, a Mara, che deve portare sua figlia dallo psicologo, e di corsa. Poveretta». Contempla l’orizzonte di campi e querce lontane: «Siamo fortunate, Dani, a non avere ‘sti problemi. Ce lo dovremmo ricordare, quando ci lagniamo per qualsiasi cosa». Sorride e si allunga sul sedile.
Non rispondo. Da qualche secondo sono immersa nel mio ultimo bagno in mare: ricordo il velluto salato sulle braccia, l’amaro in bocca che finalmente evapora dopo settimane di afflizione. Già due anni: incredibile.
Era un giovedì, avevo finito il turno alle sette: sei ore in reparto con quel lutto aspro sulla lingua che non riuscivo a sputare via. Esausta, mi ero cambiata senza dire una parola. Nel parcheggio ci avevo pensato, poi avevo messo in moto prendendo l’autostrada in direzione Ancona. Ero arrivata dritta in via Leopardi, nient’altro con me.
Mi ricordo ancora la cena al buio sul balcone, la calma del naufrago dopo la tempesta.
Ho dormito vestita sul copriletto fiorato per svegliarmi all’alba di proposito. Sono scesa in strada incamminandomi di buon passo: avevo fretta, speravo di spegnere quel fuoco che ardeva lento e che temevo mi riducesse in cenere.
In spiaggia, oltre a me, solo una persona: una donna diafana, in un casto costume intero, finge di non vedermi. Gliene sono grata. Mi regala il silenzio, un dialogo appartato con quel mare di pesca.
Ricordo i miei abiti alle caviglie e nessuno stupore. Sono in mutande e senza occhiali, non mi frega di niente. Ricordo l’acqua raggiunta a falcate febbrili, l’abisso azzurro e gelido che sale fino al mento e la schiuma giocosa tutto intorno. La sensazione che il mio corpo, questo mio corpo piatto e monco, senza più festa, si faccia leggero perché una mano materna lo sostiene senza giudizio. Ecco ciò che voglio, quel che mi serve: sentirmi senza peso, trovare chi me ne tolga un po’ di dosso. Così, finalmente, può partire la mia guarigione, penso. M’illudevo: avevo solo iniziato a sopportare.
«Dani? Mi stai ascoltando?»
«Eh? Scusa, dimmi».
«Mettiamo un po’ di musica?»
Esitazione. «Sì, dai». Accendo la radio e la voce di Mina colma il vuoto.
Lo stupore della notte spalancata sul mar
ci sorprese ch’eravamo sconosciuti, io e te
Poi nel buio le tue mani, d’improvviso, sulle mie:
è cresciuto troppo in fretta, questo nostro amor
Madre e figlia cantano, una a occhi chiusi, l’altra trasformando l’asfalto in una distesa di sabbia mite e sottile.
Ma non so spiegarti che il nostro amore appena nato, è già fini-i-tooo.
Urlano, Vivi e Dani, un groppo in gola da cui non si scappa, ciascuna chiusa nei propri motivi.
«Questa canzone mi fa sempre piangere». Mia madre cerca un fazzoletto nella borsa. «Mi ricorda certi momenti con tuo padre».
Assottiglio gli occhi, controllo le uscite per non perdermi quella giusta. Finalmente, la scritta “Marotta Mondolfo” appare sul ciglio della strada: metto la freccia e mi accodo sulla destra.
Proseguirò per la strada normale, non importa se ci vuole più tempo. Ho bisogno di costeggiare il mare. Devo saperlo vicino, mio alleato. Mi basta scorgerlo anche fugace e striminzito, tra palazzine e stazioni di servizio.
«Quanto ci siamo amati…», rincara mia madre. «Erano altri tempi». Si soffia il naso, spia la natura incolta oltre il guardrail. «Siamo già arrivati?»
«No, però voglio vedere il mare».
«Quanto manca?»
«Mezz’oretta».
Terminiamo il viaggio in silenzio, solo il gracchiare della pubblicità alla radio. Fuori, prati brulli, magazzini e villette a schiera. Ogni tanto, un bagliore azzurro.
Mentre controllo di aver chiuso la macchina, mia madre spinge il carrello oltre le porte automatiche, cedendo all’abbraccio gelido dell’aria condizionata. Sfila davanti a me, mi racconta di quanto ha trovato in forma zia Tina alle nozze d’oro.
Nel reparto frutta sceglie le pesche, le mani inguantate e nervose, e dice che Paolo l’ha invitata a cena la prossima settimana: è contenta, ma ha un po’ paura. E poi non sa cosa mettersi. Il vestito blu è ridicolo, secondo me?
«Quale?», rispondo, tastando le albicocche.
«Dai, quello che avevo alla festa per il pensionamento! Con lo scollo quadrato e lo spacco…
Uh, ma che brutte! Non vedi che sono dure? Meglio il melone».
Sconfitta, la seguo. Avrei voglia di lasciarla qui, nell’inverno forzato del supermercato, e correre in spiaggia. ‘Fanculo le pesche, le albicocche, e pure il melone.
Sto perdendo tempo: questo penso, ma al solito non lo dico. Mi adeguo.
Vaghiamo tra corsie ricolme di gente chiassosa in costume.
«No, tesoro, il latte fa male», fissa il cartone che tengo in mano. «Vanno bene gli yogurt? Ti sono sempre piaciuti questi». Li mette nel carrello e prosegue.
Continua il resoconto delle ultime novità: Mara le ha detto che Giovanna piange ancora in ufficio per il marito. «Martedì è un anno dall’incidente», sussurra. «Povera donna», aggiunge, gli occhi fissi sulle etichette dei vini. Propongo un bianco fermo, lei preferisce il prosecco.
«Oh, non sai quanto è stata carina la Caruso nella telefonata di ieri! Deliziosa, mi ha riempito di complimenti – una delle poche dirigenti che stimo. Non è stata carina?»
«Sì, lo è stata».
Assecondarla sempre: altra tecnica rodata per sopravvivere.
Chissà se esistono uscite laterali, in questo posto. Sgattaiolare fuori e andarmene da qui, da questo freddo viscerale, da lei… Vorrei avere il coraggio.
«Sai come sono», prosegue Viviana. «Non certo una che si crede chissà chi. Però, ecco, dopo trent’anni di lavoro – di cui dieci da direttrice d’agenzia, ricordiamocelo – fa piacere ricevere stima da lei. Poi, per carità, alla fine in ufficio facciamo tutti lo stesso lavoro, ci mancherebbe. Secondo te come capo mettevo soggezione?»
«No, eri brava, non hai mai approfittato della tua posizione».
Vivi sorride rasserenata, mette il prosecco nel carrello. «Comunque Paolo mi vuole portare al Vecchio Rudere», si allontana i capelli dal viso. «Quando gli ho detto che è il mio ristorante preferito, non ci voleva credere: il proprietario è un suo amico d’infanzia, così ha chiamato e ci riservano la terrazza. Paolo è veramente…»
«Ti ricordi quando ero anoressica, mamma?»
Mia madre si blocca, una confezione di pollo a mezz’aria. Dietro di lei, una donna e suo figlio, bruniti dal sole, ci guardano. La signora prende il bambino per mano e va via.
«Ma… Cosa c’entra?»
Resto stupita io stessa dalla mia audacia, ma non voglio che lo veda. È come se, tastando a lungo nel buio, avessi trovato una pistola e l’avessi impugnata – e la cosa mi piace.
«Ti ricordi o no?» Non riesco proprio a mollare la presa.
«Sì, certo che mi ricordo. È stata una brutta fase, tu eri piccola e…»
«Non volevo mangiare nulla. Non volevo ingoiare niente che fosse stato scelto e preparato appositamente da te».
Mia madre ha gli occhi del cervo davanti ai fari di un’auto. Un sottile piacere mi solletica lo sterno.
«Un giorno il dottor Giordani – te lo ricordi? – mi disse che cercavo di diventare visibile e invisibile allo stesso tempo». La oltrepasso, metto un dosatore di pepe nel carrello. «Volevo essere vista mentre sparivo: così disse».
«Già». Viviana guarda un punto imprecisato tra gli scaffali. Non sorride più.
«Mi è venuto in mente adesso». Sorrido, prendo il carrello e scompaio nella corsia accanto. Lei mi segue, docile. Vaghiamo in silenzio per qualche minuto.
«Dani, io lo so perché stavi male».
Alzo la testa, lentamente. Sono implacabile, pronta a tutto.
«Era il periodo che rifiutavi di vedere tuo padre e…»
«Franco».
«Tuo padre».
«Franco».
«Tesoro, perché ti ostini così?»
Il mare il mare il mare, sciogliersi nella pancia fresca e profonda del mare, dov’è il mare: mi scopro a pregare una strana preghiera.
«Non è stato facile per noi, credimi. Un amore intenso come il nostro…»
«Mamma, Franco è sposato da quarant’anni. Non ha mai lasciato sua moglie».
Un signore tarchiato in canottiera si volta e ci fissa con insistenza. Lo ignoro. Dovevo farle male. A volte mi sembra che sia lei a volerlo.
«Erano altri tempi». Le labbra di mia madre sono screpolate.
«Il divorzio esiste dagli anni Settanta. Se ci amava tanto, sceglieva noi».
La mia voce è acciaio, le parole fendenti. Vorrei urlare, sentire l’urto delle mie mani su quel sorriso ebete che si ritrova. La detesto con un’intensità che ha smesso di spaventarmi molto tempo fa.
Poi mia madre si riprende: melliflua, scuote la testa, il solito ‘tu non puoi capire’ nello sguardo. «La situazione era complicata, con Ornella malata… Doveva starle accanto».
«Poi però si è ripresa. Ci ha pure fatto un figlio».
«Dani».
Viviana mi accarezza un braccio. «Tuo padre non è perfetto, lo so… Ma ti ama. Continua a chiedermi di te, dice che non rispondi più al telefono. Vorrebbe vederti».
«Io no».
No, oggi non è una giornata prateria. Viviana assiste al volto di Dani che si rapprende come sangue secco su una ferita, mentre col carrello scansa passanti e pile di prodotti. È già lontana, inaccessibile.
Con la coda dell’occhio Viviana vede una donna che passa un pacco di zucchero a un’adolescente: stessa altezza, stessi capelli color sabbia; il modo in cui la mano della donna si tende e incontra quella della figlia, il modo in cui le loro dita si sfiorano, e nessuna scossa elettrica, nessuna esplosione si aziona, la rigetta nel solito stupore intriso di invidia.
Le torna in mente l’infermiera che la assisteva in ospedale quando nacque Daniela. Sono passati tanti anni, ma ha ancora nelle orecchie quella voce calma che sovrastava il pianto disperato di Dani e le diceva: “È sua figlia: l’ha fatta lei. Non può non sapere di cosa ha bisogno. Vedrà, lo capirà da sola”.
Pensa spesso a quella donna. Vorrebbe schiaffeggiarla.
«E comunque», conclude mia madre «Io a Ornella non recrimino niente. Ci siamo incontrate, sai? Penso che, in qualche modo – puoi pure non credermi – ci sia rispetto, tra noi».
La vedo guardare i barattoli sugli scaffali con un sorriso che a me sembra del tutto illogico.
«Viviana, per piacere. Quello non è rispetto, è quieto vivere».
La chiamo per nome quando quel che ascolto è intollerabile: devo prendere le distanze. «Smettiamola di raccontarci stronzate, siamo tutti adulti».
Ma come si può mentire a sé stesse con tale convinzione, come? Guardo le mie mani sbiancare, serrate al manubrio del carrello, mentre supero una signora anziana che sceglie i legumi in scatola.
Mia madre si accoda: «Io ci ho provato, Dani. Davvero. Ho sperato che, nonostante tutto, tu potessi avere un padre nella tua vita. Per questo non me ne sono andata».
«No, tu non accettavi di non essere la principessa della storia. La vincitrice. Sei rimasta per te, mamma, non per me. Smettila di usarmi come alibi».
La mia voce trema, non lo sopporto: mi fa sembrare isterica.
Viviana stringe i denti. «Se avessi figli, capiresti».
«Li ho quasi avuti e non ho cambiato idea».
Mi è sfuggito così, senza pensarci. Una fitta di allarme pulsa nel petto. Zitta, cretina.
«In che senso?»
La stoffa di zafferano mi sfiora.
«Non importa. È andata così».
«Non ho capito, cosa è successo?»
«Ho abortito due anni fa».
Viviana si sente di pietra: gli occhi vedono, le orecchie sentono, ma il resto non risponde ai comandi. Una donna ingombrante con un cagnolino in braccio compare dal nulla, sceglie il dentifricio e si allontana. Non sospetta neanche quale bomba sia appena esplosa nel silenzio di quella corsia. «Ma che dici? Davide…?»
«Non era di Davide».
Dani resta di spalle, non si lascia guardare.
«Ma allora chi…?»
Poi nel buio le tue mani, d’improvviso, sulle mie.
Il suo odore, il suo nome, una felicità che non credevo possibile, riemergono dagli abissi della rimozione, mesti relitti sulla battigia del cuore.
«Non è importante», rispondo con una voce che non sembra la mia.
«Sì, che lo è! Oh Dio». Mia madre balbetta, comincia a sventolarsi furiosa con una mano. Ci mancavano le vampate. «Ma stai scherzando? Perché non me lo hai detto?»
«Non voglio parlarne. Basta. Finiamo questa benedetta spesa».
Mi muovo frenetica, afferro prodotti che rimetto sullo scaffale. Cretina cretina cretina.
Dove sei, mare? L’urgenza monta come marea.
«Io non ti capisco, Dani», Viviana scuote la testa, con un fazzoletto ferma sudore e trucco che cola. «Pensavo che avessi dei progetti…»
«Le cose bisogna volerle in due. Sai, in realtà funziona così».
«Smettila. Se mi avessi dato modo di aiutarti, avremmo…»
«Non volevo essere aiutata».
«Non è vero».
«Io non volevo finire come te, mamma. Non lo capisci? Una che tiene il bambino di un tizio che non la vuole solo per sentirsi importante; che usa il figlio come un ricatto perché trova l’inganno preferibile al rifiuto».
Le lacrime spuntano lente e salate, il mio mare privato.
«E quel figlio diventa lo specchio delle sue brame: esiste per risarcirla di tutto il male, serve a convincerla di contare qualcosa. Va bene, mamma, te lo dico una volta per tutte: sei sempre stata la più bella, la più brava, la migliore. Doveva scegliere te. Contenta?»
La vedo boccheggiare, come i pesci sul fondale. Poi serra la mascella, gli occhi a fessura. «Ma pensi che sia stato facile? Pensi che sia facile buttare nel cesso l’ultima traccia, l’unica che ti resta, di chi hai amato? Pensi che sia facile accettare la fine, proprio quando qualcosa inizia, dentro di te?»
«Fa un male cane, ma si può fare. Ora lo so».
Cuore d’argilla e sguardo di cemento: ecco cosa sono, adesso.
Oltre le nostre spalle, una cassiera si alza dalla sua postazione per capire da dove viene quel silenzio pesante, poi si risiede.
Se burrasca dev’essere, che venga fuori tutto. Se loro due non possono fare come tutte le madri e le figlie che vede attorno a sé, se il loro tiro alla fune deve portare alla caduta, che accada. Viviana, di colpo, è stufa di vivere in attesa.
«Non ce la faccio più a fare finta di niente». Viviana nota le mani livide di sua figlia, aggrappate al carrello neanche fosse questione di vita o di morte. «Sai, non è divertente passare il tempo a fare moine come una scema solo per ignorare il disprezzo di mia figlia».
Dani sembra disarmata, non reagisce.
È tempo di cadere, pensa Viviana. Le sue labbra tremano, si stringono. «Siamo tutti adulti, giusto? E allora trattiamoci da adulti. Ti dico una cosa, Daniela, apri bene le orecchie: non cercare di accollare agli altri la responsabilità di scelte che alla fine sono solo tue. Ok? Non farlo neanche con me. Non t’ingannare così».
Qualcosa si spezza e sanguina, da qualche parte. I miei pugni bianchi sul metallo si aprono, mollano la presa. Lascio mia madre tra gli scaffali, nel gelo pungente dei neon, col suo vestito color deserto.
Subito dopo, volti muti in un labirinto senza senso: tutto è una chiazza umida diluita dallo sguardo. Impreco, esausta.
Finalmente l’uscita e lo schiaffo del sole a mezzogiorno.
Il passo accelera, oltre il parcheggio: mi divincolo tra intonaco bianco e scorte di magazzino, ignoro il fresco delle pinete e l’impertinenza sgargiante delle bouganville. Solo un dirupo incolto mi ferma.
Dal nulla, un riverbero argenteo sul viso e un fragore azzurro, vicino. Alzo lo sguardo: oltre i rovi il mare, possibile. Sorridendo, corro verso il refrigerio.
Questo racconto è stato selezionato e pubblicato nel primo numero della rivista La Gazzetta dei Racconti: puoi scaricarla gratuitamente qui.