Lettere a Irene

Ph. Ian Taylor

27 luglio 1999

Cara Irene,

sono Mattia. Spero tanto che ricevi la mia lettera. La mamma dice che tanto non ti arriva, ma io non ci voglio credere. Mi ricordo che dicevi che dopo la mia città andavate tutti alla festa grossa della madonna a collestrada, quindi per me sei lì. Ho pensato che se mando questa lettera alle poste di collestrada, poi il postino vede che sei la figlia del giostraio, così ti porta questo foglio. Che gli costa? Niente.

Mi manchi. Ora che la festa è finita e siete andati via anche voi, qui è tornata la noia mortale. Spesso al pomeriggio non so che fare, così prendo Bunny e lo porto nel parcheggio dietro al supermercato, dove stavate voi. Mentre lui annusa la pipì degli altri cani, io faccio finta di sentire il profumo di zucchero filato nell’aria. Ti ricordi quando tua mamma ci ha lasciato mangiare una mega nuvola di zucchero, e tuo papà ci ha scoperti e si è arrabbiato? Non con me, ma con te sì. Mi dispiace, non so perché ho tirato fuori questo ricordo, per te forse è brutto. Scusa.

Comunque tuo papà secondo me fa il lavoro più bello del mondo. Non è come il mio, che non so bene che lavoro fa, ma per me è una cosa noiosa. Lo dico perché ogni volta che glielo chiedo, lui risponde che è complicato, e che me lo spiegherà meglio quando sono più grande. Allora secondo me se non sai dire cosa fai, deve essere una roba troppo difficile, e quindi è noiosa. Non è come il capo delle giostre, che va alle feste di tutti i paesi e porta il luna park in giro. È pure semplice da spiegare, che ci vuole? E poi deve essere bello vedere tutti contenti quando arrivi, no?

Cosa fai di bello in questi giorni? Ora frequenti la scuola di collestrada, mi sa. In che classe sei? Ti dico solo di stare attenta a Danilo Conti, è uno stupido. All’inizio sembra simpatico, ma poi ti parla male alle spalle. L’estate scorsa mi ha schiacciato un dito dentro il biliardino, si è messo a rullare mentre mettevo la palla a centro campo, quello scemo. Lo ha fatto per vendicarsi, perché i più grandi chiamano me e non lui per giocare a calcio. Quindi lascialo perdere. Se poi ci prova con te, lo uccido. Giuro! Basta che me lo dici e corro.

Comunque ora devo andare. Quando rispondi scrivimi il tuo indirizzo preciso, così poi le mie lettere ti arrivano di sicuro. Oppure chiedi a tuo padre se ti regala un cellulare, io presto ne avrò uno. Papà mi ha detto che se quest’anno prendo un bel voto all’esame, me lo regala.

Se convinco i miei genitori a portarmi a collestrada questa domenica ci possiamo vedere. Che ne dici?

Ciao!

Ti voglio bene xx

Mattia

Ps. Ricordati: Danilo Conti è uno scemo.

5 agosto 1999

Cara Irene,

sono di nuovo Mattia. Come stai? Purtroppo a collestrada non c’eri, mi hanno detto che siete partiti giovedì. Per pochissimo non ci siamo beccati! Però ho saputo che ora con le giostre vi siete spostati in toscana, forse siete ad arezzo. Ora non lo so se riesco a trovarti, arezzo è una città grande e può essere che lì i postini non conoscono tutti i giostrai. Però ci provo lo stesso.

Mi dispiace che non hai risposto alla mia lettera, non ti è arrivata? Che dici, se scrivo “per Irene de Rosa, autoscontri del Crazy Park” secondo te ti trovano? Oppure mi dai l’indirizzo dei vostri tendoni e scrivo quello.

Tra poco ricomincia la scuola. Queste sono le ultime settimane di vacanza (a te posso dirlo, in fondo sono contento. Qui mi sto troppo annoiando).

Ieri ho visto Luca, il mio migliore amico, che è tornato dal mare. Siamo andati a mangiare un gelato, forse domani andiamo in piscina. Sua mamma però dice che non è detto, perché Luca questa estate non ha studiato niente, deve ancora fare tutti i compiti. Io invece li ho già finiti, stando qui non avevo molto da fare. Ho detto a Luca che se vuole glieli faccio copiare, così poi usciamo.

Ti scoccia se ti dico che a me piace andare a scuola? Sono fortissimo in geografia, e poi mi piace scienze. Storia dipende. Matematica invece non la capisco. A te piace la scuola? Non ti preoccupare se non ti piace, ci sono un sacco di cose belle nel mondo. Se eri ancora in classe con me, ti facevo copiare tutto quello che volevi, così poi prendevi dei bei voti e tuo padre era contento. Magari ti lasciava girare con me invece che costringerti a stare con lui dietro i comandi delle giostre.

Perché non potevate fermarvi qui? Mi sono sempre chiesto perché i luna park devono spostarsi. C’è bisogno di divertimento tutti i giorni, almeno tutte le domeniche. Così tuo papà avrebbe un posto fisso e anche tu avresti una casa e una città in cui restare. Ti piacerebbe stare qui con me? Ti farei vedere un sacco di posti segreti bellissimi, ad esempio ti porterei alla Cascatella. La conosciamo solo io e Luca. E ora anche tu, se vuoi. Se stai con me, i miei luoghi sono i tuoi.

Ti devo confidare una cosa: a Luca ho parlato di te. Gli ho detto che ci siamo fidanzati e che ci scriviamo (anche se tu non mi hai ancora risposto, ma so che ci dobbiamo solo mettere bene d’accordo). Luca mi ha chiesto se gli fai fare un giro gratis sugli autoscontri, quando torni. A proposito, quando torni? Se mi dici che giro fai, io so quando aspettarti. Oppure so dove posso venire a trovarti.

Secondo me Luca ti starebbe simpatico: fa un sacco di scherzi e non è mai triste. E poi sa molte cose più di me, ma non di quelle di scuola (in quello sono più bravo io), intendo altre cose tipo che sa quanto vive in media una lucertola, sa fare le impennate con la bici senza avere paura e a biliardino è fortissimo. Ha fatto un tuffo da una roccia altissima, una volta. Sì però ora la smetto di parlarti di lui, che non voglio mica che ti innamori.

Stavo pensando che forse ti parlo poco di me. C’è qualcosa che mi vuoi chiedere? Rispondo a tutto, giuro.

Cavolo che lettera lunghissima che ho scritto! Mi fai venire in mente un sacco di cose da dirti.

Mi sa che ti amo (ma non lo dire a nessuno) xx

Mattia

22 novembre 1999

Cara Irene,

sono Mattia. Ormai sono passati tre mesi… Tutto bene? Ti scrivo perché purtroppo ti devo dire una cosa. Ho paura che ti arrabbierai e hai ragione, però è successo, non so come… Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: io e Giulia della 5C ci siamo baciati. Per la verità, lei ha baciato me, però è vero che io non mi sono spostato. Te lo volevo dire, ecco. Hai presente Giulia Lopresti? Forse no, sei rimasta troppo poco qui.

Mi dispiace tanto. Io ti sto aspettando, giuro! Però è difficile senza sapere nulla di dove sei e cosa fai. Ho sempre guardato nella cassetta della posta e non è mai arrivato niente. Ho pure insistito con i miei genitori per venire ad Arezzo. Papà si è arrabbiato e ha detto che è lontano, la mamma mi ha consolato ma poi ha detto che forse le mie lettere non ti sono mai arrivate e che devo lasciar perdere. Se ci scambiavamo gli indirizzi, questa estate… Sono sicuro che rimanevamo insieme.

Invece è successo che ieri Giulia ha detto alla Bea che le piaccio, allora Bea me l’ha detto e ieri abbiamo passato insieme la ricreazione. Poi lei mi ha dato un bacio, e poi mi ha chiesto se stiamo insieme. Io le ho detto che sto con te, però poi il mio amico Luca mi ha detto che non ci sentiamo mai, perciò come faccio io a sapere che stiamo ancora insieme e che tu non ti sei messa con un altro? Io credo che se ti sei messa con un altro, me lo diresti. Io so che mi vuoi bene, e anche io te ne voglio. Un po’ mi manchi ancora, ma Giulia dice che non si mette con me se prima non rompo con te. Io non lo so, cosa voglio. Cioè lo so, ma non mi rispondi… È difficile scegliere tra chi c’è e chi non c’è anche se vorresti. Vabbè, non voglio litigare. Volevo solo dirti che ti voglio ancora bene, forse un pochino ti amo (spero che non l’hai detto a nessuno, io non l’ho detto neanche a Luca) e mi manchi, ma al tempo stesso Giulia è qui, mentre tu forse non torni più… Io voglio una persona che può venire con me alla Cascatella o a mangiare il gelato ogni volta che vogliamo, con cui posso fare i giri in bicicletta, che magari mi risponde al telefono o alle lettere.

Ok, devo prendere una decisione brutta, ma secondo Luca lo devo fare: mi sa che è finita, Irene. Spero che capirai. Non so dove stai adesso, ho deciso di scrivere questa lettera e indirizzarla al Crazy Park. La mamma dice che appena la finisco, cerca lei l’indirizzo di dove state e mi aiuta a spedirla.

Ti auguro di essere felice e di riuscire a divertirti anche senza aiutare sempre il tuo papà al lavoro. (A proposito, ho chiesto di nuovo al mio cosa fa, mi ha risposto che lavora nelle assicurazioni, una cosa che ti pagano i danni che ti capitano… Non ci ho capito molto, pazienza).

Saluta anche i tuoi genitori, tua sorella Luna e il cane. Buona fortuna

Ciao

Mattia

Ps. Se ti vuoi mettere con qualcuno, ora puoi. Mi dispiace a pensarci, però ora puoi farlo. Spero non con Danilo Conti, però, anche perché ora dovresti essere da qualche parte lontano da collestrada (anche perché se eri lì ci potevamo vedere, no?). Ciao per davvero

04/04/2019

Cara Irene,

sono Mattia. “Quale Mattia?”, dirai. Uno che ti scrisse ben tre sgangheratissime lettere, vent’anni fa. Non importa, tanto questa non la spedirò (anche perché chissà dove starai, oggi). Queste parole sono per me, anche se le scrivo a te. (È che tenere un diario mi imbarazza, mentre scrivere a qualcuno è più facile. Molto più facile.)

Insomma, Irene, perché sono di nuovo qui. Perché proprio tu. Non lo so, sarà che c’ho 30 anni e invece che qualcosa in più, mi sembra di avere qualcosa in meno. Ogni anno, perdo qualcosa. Per questo ho deciso di scriverti. Per questo ho scelto te. Perché mi pare che, quando ti scrivevo, quella cosa ancora c’era.

Cos’era? Tenerezza? Tenacia? Totale mancanza di pudore? Non so. Sento che è qualcosa che ha a che fare con il coraggio. Ma di fare cosa? Non lo so, e vorrei scoprirlo.

È probabile che sia depresso, in questo periodo. Voglio dire, vado al lavoro e tutto quanto, ma la sera me ne sto sul divano e faccio di tutto per non uscire. Sonia è venuta a prendere la sua poltrona ieri, e con questo ha finito di portare via tutta la sua roba. Sonia era la mia fidanzata, se non si era capito. Convivevamo da tre anni. Giuro, le ho dato l’amore più sincero che avevo. E non è che gliel’ho dato con leggerezza, come una cosa qualunque che qualcuno ti chiede in prestito e tu gliela dai perché non hai niente di meglio da fare: mi è nato da dentro, potente e spontaneo come un fiume.

Eppure, ora è finita. Lei dice che negli ultimi tempi ero diventato più freddo, più distratto. Forse è vero… Però l’amavo, Irene. Lo giuro come lo giuravo a te, con la stessa serietà (magari non con lo stesso sentimento perché ero un po’ piccolo, ma so che puoi capire).

Sonia dice che ormai non capiva più se mi importasse o meno di lei, e quando mi importasse. “Non quanto, ma quando”, diceva. Il punto, dice lei, è che se ti importa, si vede. Quando incontri una persona che ami, quando passi del tempo con lei, un po’ ti illumini; Sonia diceva di non vedere più la mia luce: io restavo assolutamente uguale. Le dicevo che l’amavo, ma la mia espressione restava piatta, indifferente. Con me non si vedeva più niente: non c’era più differenza tra quando lei era con me, e quando restavo per conto mio.

Quel che Sonia mi ha detto (se non proprio urlato) prima di andarsene mi ha colpito tanto. Mi ha colpito perché riusciva ad essere vero e falso al tempo stesso. Mi sono reso conto che dentro di me l’amore c’era, eccome: solo, non riuscivo più a farlo uscire allo scoperto. Avevo costruito una diga, il mio fiume non scorreva più libero sotto il sole. Lei non lo vedeva più, al punto da sospettare che il fiume si fosse prosciugato. Per questo se n’è andata.

Credimi, Irene, ne abbiamo parlato tanto. Io la ascoltavo e riflettevo, mi sforzavo di aprirmi di più, ma di fatto il muro che avevo dentro non si scalfiva granché. Allora litigavamo: io protestavo, lei urlava; io dicevo la mia, lei piangeva. Purtroppo non sono riuscito a convincerla che l’amore c’era ma era nascosto, che il fiume non era in secca ma ristagnava altrove, e non capivo perché… Perciò, eccoci qui.

Oggi Sonia ha portato via la sua poltrona gialla, io l’ho vista uscire dal vialetto e mi sei venuta in mente tu. Non so perché, dopo un sacco di anni e un paio di lettere scritte per scherzo ma sul serio. Forse è questo, il punto: all’epoca facevo sul serio. Non che ora non sia così, ma allora lo mostravo senza vergogna, senza paura. Amore, amicizia, tutto: ero in grado di provarlo e parlarne. Di più: ero in grado di viverlo. Ero un bambino, ma amavo da uomo. Più di adesso. Eccolo, il coraggio di cui parlavo all’inizio. Quando ho smesso di averlo? Quando ho iniziato ad avere paura? Roberto Vecchioni (il cantautore, non so se hai presente: chissà che musica ascolti, adesso) in una famosa canzone diceva: «Copri l’amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto al mantello: a volte passa qualcuno, a volte c’è qualcuno che deve vederlo».

Forse è per questo che ti ho scritto, Irene: vent’anni fa, io non nascondevo l’amore sotto al mantello. E vorrei capire quando ho iniziato, e come smettere.

Cara Irene, quando smettiamo di crederci? E perché anche quando ci crediamo, non sempre funziona? Esiste un equilibrio sentimentale, un dare e avere senza troppe turbolenze, o è un miraggio inventato dai poeti duemila anni or sono? Tu quell’equilibrio, quello scambio sereno, l’hai trovato? Sei felice ora, dove ti trovi tu? Hai trovato qualcuno che ti rende felice? Che ti racconta quel che impara vivendo, che ti pensa e te lo dice, che presta attenzione a quella che sei? E tu, tu glielo dici quello che pensi, gli mostri quello che sei, o hai costruito una diga come me e neanche lo sai?

Mentre ti scrivo, mi viene in mente quel Danilo che, chissà perché, odiavo tanto. Pensa, me lo ricordo ancora. Magari lo hai conosciuto anche tu. Magari vi siete innamorati davvero, vi siete scritti delle lettere in tutti questi anni, poi vi siete rivisti e siete rimasti insieme, per sempre. Magari no, ma te lo auguro lo stesso.

Mi auguro di riuscirci anch’io, prima o poi. Un giorno qualunque, in questa immane scalata che ciascuno di noi affronta da solo, io mi auguro di tornare a provare amore e di non respingerlo, né attutirlo.

Perché se incontrassi qualcuno, se mi si affiancasse un compagno di viaggio che, ridendo e scherzando, prende il mio ritmo, ecco, non voglio più spingerlo via, ma nemmeno camminargli accanto con un sorriso di circostanza, una sorta di “grazie” a mezza bocca che non sa né di rifiuto, né di accoglienza. Voglio sentire la gioia del viaggio insieme, voglio lasciarla entrare e inebriarmene; non voglio fingerla solo per non dover viaggiare da solo.

Ma più di tutto, mi auguro di proseguire la strada, che sia da solo o in compagnia, e di godermi il panorama mentre cammino, il vero spettacolo del viaggio. Anche se il paesaggio sembra lo stesso, è invece sempre nuovo, perché sempre nuovo sono io.

Che dici, Irene, ce la faccio?

Ora ti saluto: sai, è arrivato un luna park in città, e mi va di farci un giro. Non ci vado da allora. Penso di averne proprio bisogno.

Mi va di scontrarmi con qualcuno senza farmi male. Mi va di giocare facendo sul serio, mi va di partecipare a tutto; mi va di guardare in alto, con stupore, qualche esordio pirotecnico. Ho voglia di centrare il bersaglio e vincere gioie da poco, di cui però conserverò il ricordo. Ho voglia di spaventarmi per finta, di godermi quel brivido infantile per l’inaspettato che in realtà mi aspetto. Ho voglia di quelle assordanti canzonette tamarre che mi ricordano i magoni dell’adolescenza in perenne attesa di qualcosa. Ho voglia di godermi tutto, di tenerlo sulla lingua, di farlo sciogliere dentro senza fretta. Voglio fare linguacce ai passanti, mostrando una lingua di tutti i colori. Ho voglia di godermi la vita nell’attesa, di godermela talmente tanto da dimenticarmi cosa stavo aspettando, e poi di realizzare che non stavo aspettando proprio nessuno. Sto solo vivendo – che poi è l’unica cosa che, davvero, non può aspettare.

Perciò, cara Irene, scusa del disturbo e grazie per le epifanie. Mangerò un bastoncino di zucchero filato in tuo onore, ne conserverò il profumo. Spero che anche tu possa seguire l’orbita di questa vita giostra, senza paura della vertigine di ciò che nasce e che non possiamo controllare.

Mattia

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