La sentinella

Non ancora, Ali, non ancora.

Alice lasciò passare anche la seconda macchina, poi attraversò la strada. Costeggiò la casa gialla e, come faceva sempre, si fermò a spiare l’ultima finestra in alto, l’unica non serrata dagli scuri. Ogni mattina vedeva sempre la stessa cosa: due tendine rosse un po’ sbiadite che si schiudevano davanti a un soffitto spoglio.
Girato l’angolo, c’era il ponte: un piccolo ponticello di legno dall’aria aggraziata e gracile. Sembrava un’attrazione per turisti più che una vera strada di collegamento. In effetti, era un po’ sorprendente ritrovarselo in quel punto della città. Alice stava per imboccarlo, quando vide una pozzanghera al lato della strada: la brina di gennaio aveva orlato la pozza scura che nel frattempo si era ghiacciata. Il risultato era uno specchio intarsiato di bianco.

Prendi il ponte, Ali, svelta.

Alice si riscosse subito e corse sulle assi scricchiolanti. A metà dell’arcata, si fermò un momento a guardare il fiume che scorreva limpido ed energico. Quello poteva farlo: si trattava di pochi attimi, non le avrebbe fatto fare tardi. Mentre ammirava le rapide argentee gorgogliare sotto i piedi, annusò l’aria: odore di legna bruciata dai camini delle case nei dintorni. Intanto, un cane abbaiava in lontananza.
Profumo di legna che arde: nella vita di prima era uno dei suoi aromi preferiti. Anzi, forse proprio il suo odore preferito. Alice sospirò.

Ali, intanto riprendi a camminare.

Alice, docile, riprese a camminare.
Era un odore antico. Insomma, quante persone potevano dire di non averlo davvero mai sentito? Quante, su questa Terra? La signorina Bressan aveva detto che gli uomini hanno scoperto il fuoco nel Paleolitico inferiore, circa due milioni e mezzo di anni fa. E quale popolo, ancora oggi, non usa il fuoco, anche solo per cucinare? Ne esiste ancora uno? Secondo Alice no. Perciò l’odore di legna bruciata lo conoscono tutti. È un odore antico, collettivo.
E anche Alice, come tanti altri, lo conosceva.
Nella vita di dopo, però, quello aveva smesso di essere un profumo per lei. Ad Alice questo dispiaceva molto. Per mesi, dopo quello che era successo, aveva cercato di recuperare quel piacere, di gustarselo ogni volta che lo incontrava per strada o tra i sentieri di campagna che percorreva col nonno. Niente. I primi tempi, addirittura, se lo sentiva, iniziava a tremare e tentava di scappare. Fortuna che c’era il nonno a tenerle forte la mano, così non si perdeva. Nonno le diceva “Tranquilla, non succede niente, sono qui io, non è niente”. Così, dopo minuti e minuti di tachicardia fortissima, piano piano il cuore di Alice rallentava, e lei tornava a respirare e ridere con lui. Ma ci voleva sempre un pochino, prima di tornare alla normalità.

Ali, ora gira a sinistra.

Alice cercò il proprio riflesso nelle vetrine piene di ferrivecchi (perché nulla, nel ferramenta del signor Luigi, aveva meno di vent’anni) e proseguì. Guardava dritto sulla strada, le case infreddolite in quel mattino d’inizio anno, i lampioni ancora spenti, lo sbuffo di vapore del suo fiato sotto il cielo color ghiaccio. Ciaff ciaff, facevano gli stivali sull’asfalto umido.

In fondo, all’altezza della farmacia, giri di nuovo a sinistra e sei arrivata.

Mentre camminava, Alice si rese conto che quell’aroma acre e gentile, così perturbante, si era affievolito fino a svanire. Un po’ le dispiacque. Era forse un segno del fatto che stava guarendo? Se ti dispiace che una cosa non ci sia più, allora significa che un po’ la apprezzi. Alice sperò che fosse così.
Avrebbe tanto voluto cancellare i frammenti di ricordo che le attraversavano la mente come proiettili, certe mattine gelide come questa, quando sentiva odori e suoni ben precisi: il ticchettio dell’orologio a pendolo in salotto che martella impassibile anche mentre mamma è già a terra; il tempo che non si ferma, che continua a scorrere per tutti, per il mondo, per gente come la signorina Bressan e il signor Luigi, e suo nonno, per tutti, ma non per lei; il sangue di sua mamma che si allarga sul pavimento, che scivola veloce e quasi sereno sulle assi di legno, che impregna il tappeto; gli occhi fissi di sua madre sulle travi del soffitto, curiosamente proprio su quella annerita dal fumo del camino, che diceva sempre di voler imbiancare; un’impronta rossa vicino alla sua vestaglia, è grande, la suola ha un motivo a zigzag, sembra quella degli stivali di papà… Dov’è papà? Non ha sentito la mamma cadere? Perché non corre qui? Perché mi lascia da sola con mamma che sanguina?
Infine eccolo, calmo e rassicurante come la maschera della sua infanzia – perché ora Alice lo sa, che era tutta una maschera: il sentore di legna bruciata che invade la stanza, un tepore che la accerchia, che forse vuole proteggerla, ma che diventa come lei testimone del giorno più brutto (Alice è piccola, ma di colpo è diventata grande abbastanza per saperlo con certezza) di tutta la sua vita.

Ali, Ali, basta. Concentrati.

Alice strizzò gli occhi, finse di fermare lacrime che non scendevano da mesi, le gambe sfrecciavano svelte sul marciapiede.
Dopo quel giorno, è apparsa la voce. Ali, fai questo. Ali, fai quello. Ali, alzati. Ali, lavati. Ali, finisci i compiti della scorsa settimana, ché la Bressan ti mette una nota.
Tutti a dire al nonno e alla nonna che era sorprendente quanto in fretta Alice si fosse ripresa dalla tragedia. “Di solito i bambini ci mettono del tempo”, dicevano. I nonni annuivano, ma non sorridevano. Non sorridevano più – la nonna per sua figlia “Che nessuno mi ridarà mai più”, come sussurrava quando era sola; il nonno invece perché non era molto convinto della ripresa di sua nipote. Era preoccupato. Più volte le aveva chiesto come stava, e Alice diceva sempre Tutto bene. Tutto bene, nonno. Tutto bene.
Ma non era Alice a parlare. Era la voce. La voce la protegge. La tiene al riparo dai proiettili della mente, della pancia. È la sua sentinella del cuore.
Alice ora scorgeva da lontano il cortile della scuola: i mattoni rossi e consumati sbucavano tra i rami spogli.

Ali, devi attraversare la strada.

Alice fece per passare, ma un’auto stava arrivando in corsa. La tentazione di correre sulla strada a occhi chiusi e lasciare che accadesse quel che deve accadere, perché tanto funziona così, tutti moriamo o moriremo, Alice ora lo sapeva (e Alice era stanca, tanto stanca) era forte. Ma di nuovo, la voce la salvò.

Non ancora, Ali, non ancora.

Pubblicità

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. Gianluca Brescia ha detto:

    Ciao! Il racconto è molto cupo. L’immagine che hai scelto rappresenta bene secondo me lo stato della protagonista, Alice.

    Piace a 1 persona

    1. Gaia ha detto:

      Ciao Gianluca! Hai proprio ragione, il racconto è parecchio oscuro. Quel che non ho raccontato nel blog, peraltro, è che è frutto di un sogno: questo venerdì notte ho sognato me stessa che, chiusa in una stanza, scrivevo esattamente questa storia. Al mio risveglio ricordavo tutto, perciò ho deciso di scriverla davvero. Molto inquietante, lo riconosco, ma ho deciso di lasciarla così ☺️

      Piace a 1 persona

      1. Gianluca Brescia ha detto:

        Quindi alla fine il racconto non è frutto di fantasia ma di un sogno vero e proprio. Con questo particolare è ancora più inquietante rispetto a prima.

        Io i miei sogni non li metto mai nel mio blog. Però mi è capitato di sognare di aver pubblicato un articolo in bozza prima della pubblicazione vera e propria.

        Piace a 1 persona

      2. Gaia ha detto:

        Ciao Gianluca, perdonami del ritardo! Verissimo, il fatto che sia frutto di un sogno lo rende ancora più sinistro! Ma per certi versi è come se fosse riconoscibile il suo stile un po’ onirico, o quantomeno è quello che ho percepito io a scrittura conclusa. Ti capisco benissimo, neanche io scrivo mai i miei sogni perché di base sono privati o non li reputo abbastanza interessanti per un lettore, perciò questa è la mia prima volta! Ho sentito una forte, inedita spinta a trascrivere la storia, anche perché ero molto sorpresa di ricordarla alla perfezione (fatto raro al risveglio di un sogno). Il mio inconscio ha parlato, insomma 😉 quindi anche tu hai sognato quantomeno di scrivere un post rimasto in bozza del tuo blog, interessante!

        Piace a 1 persona

      3. Gianluca Brescia ha detto:

        Poi sui sogni già è tanto se al mattino si ricorda tutto come dici tu.
        Sì, nel mio caso il sogno alla fine è diventato realtà perché effettivamente l’articolo era in programma.
        Grazie tanto per esserti iscritta al mio blog. Spero che i miei post possano incuriosirti ed interessarti.
        Ricambio volentieri! 🙂

        Piace a 1 persona

      4. Gaia ha detto:

        Assolutamente, grazie a te! Già il tuo ultimo articolo mi incuriosisce, da brava ex ragazzina cresciuta negli anni 90, eheh 😉 ti seguo volentieri!

        Piace a 1 persona

      5. Gianluca Brescia ha detto:

        Anch’io sono cresciuto negli anni ’90. Quel post di Settembre vuole celebrare due cantanti di quel periodo (non so se li hai mai sentiti).

        Piace a 1 persona

      6. Gaia ha detto:

        No, ammetto di no, perciò leggerò volentieri!

        Piace a 1 persona

      7. Gianluca Brescia ha detto:

        Grazie! Se vuoi commentare ti suggerisco di andare nell’articolo di Agosto.

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.