Capitolo finale – Crepuscolo

erwitt_intimità
Elliott Erwitt, Valencia, Spain (Dancing couple), 1952

Dentro, bruciava ancora. Fu chiaro appena la rividi, dopo una vita di opaco nulla. Inaspettata, come il vento che soffia dopo la calura, come l’alta pressione che insegue la bassa: Smirne ricomparve al tramonto, una sera.

Rientravo dopo il lavoro e la trovai in casa, ad attendermi. Le braccia conserte sulla tavola e la chioma libera. Schiena dritta, immobile, da regina nera. Presi atto, ancora una volta, di quella bellezza che non sfioriva.

Fu quasi surreale: quanti anni passati dietro i vetri, fremente d’impazienza, a guardare lei che tornava sconfitta dal senso di colpa, fino a quell’alba senza ritorno. Ora invece ero io quello sulla soglia, e lei, immobile, mi attendeva.

«Che ci fai qui?», sussurrai.

«Quindi Alba si sposa», Smirne ignorò le mie parole. Dietro gli occhi di leonessa, una magrezza di rughe e di spigoli. Al collo, a mo’ di ciondolo, una piuma d’uccello.

«Si amano. Lei, con lui, parla». Mi costrinse a ignorare tutto il tempo trascorso. Capii che il suo andarsene e il mio restare erano passati in secondo piano, ormai. Cercando di tenere ferma la voce, chiesi: «È stato il ragazzo a convincerti a venire?»

«No. Devo parlarti».

La fissai negli occhi. Al solito, lo sguardo di Smirne fuggì oltre i vetri. Di colpo, m’irritai.

«Tu devi parlarmi? Oggi, improvvisamente, devi parlarmi? Non ci siamo mai davvero parlati, Smirne».

«Non ce n’è mai stato davvero bisogno, Pietro. Lo sai».
Smirne e la sua smania dell’ultima parola. No, stavolta no, pensai.

«Forse c’è stato un tempo in cui non c’era bisogno, ma è finito tanti anni fa. Forse sei tu che non lo sai».

Non rispose.

Era incredibile: Smirne era davanti a me. Di nuovo lì, nella nostra casa, dopo tanto tempo. Ancora bella, ancora feroce, ancora lei. Ma io non ricordavo più cosa avrei dovuto dire, cosa avrei voluto provare. Mi sentivo un attore che non ricorda la parte.

«Cosa vuoi da me?», fu l’unica battuta che mi sembrò sensata, in quella messinscena.

«Pensi che le farà del male?», Smirne ignorò la mia domanda, come un oggetto caduto a terra di cui non aveva tempo di occuparsi. Di punto in bianco, come al ricordo di qualcosa di importante, si alzò dalla tavola e prese a vagare per la cucina, frenetica. Poi si rimise seduta, con uno scatto fulmineo e disarmonico.
Mai, mai avevo visto nei suoi occhi una simile agitazione. Mai. Era per Alba? Davvero il suo matrimonio la allarmava così tanto? Una stanca oppressione fluttuava dentro di me. Smirne sarebbe stata capace di lasciare sua figlia su una rupe di notte, a cuor leggero. Ormai lo sapevo. E invece ora che Alba semplicemente amava, avevo di fronte il panico di una madre. «Non ce la faccio», la sentii sussurrare dal nulla.

«Cosa?»

Smirne si ricompose, tornò ritta e fiera come una cerva. Era così strana… Ero spaesato e seccato a un tempo.

Smirne strinse le nocche sullo schienale di una sedia, le pupille sottili e penetranti. Pareva un serpente pronto all’attacco. Eppure qualcosa, di colpo, si smorzò. Come se tutta l’energia che le vedevo addosso, quel turbine che l’aveva sbattuta qua e là fino a pochi minuti prima, fosse andato perduto. Ora era fioca come una candela morente. Si limitò a dire: «Va bene». Si abbandonò allo schienale, di nuovo calma. Disse: «Sono qui per dirti addio».

Mi misi a ridere. Una risata isterica: sfuggita alle labbra, amara e ristoratrice. «Oh, Smirne, Smirne… Me l’hai già detto tanto tempo fa».

«Non è vero, Pietro. Non te l’ho mai detto davvero. E soprattutto», dopo una certa esitazione, Smirne prese a osservarmi, di nuovo granitica, «tu non mi hai mai detto addio».

Ero stupefatto.
Fu come accendere un interruttore. Una scossa d’ira mi attraversò, imprevista. Non mi accorsi nemmeno di urlare: «E come credi che abbia vissuto, in tutti questi anni? Eh? Come credi che me la sia cavata da solo? Te lo sei mai chiesto? Te n’è mai fregato qualcosa, di me e di tua figlia? Eccome, cazzo, se ti ho detto addio. Ogni sacrosanta notte senza di te, io ti ho detto addio».
La ferita del non-amore bruciava come lava sulla pelle. Il rancore era una ruota infuocata che roteava dentro di me, e seppi con certezza che non la potevo fermare.

«Pietro, tu hai passato la vita aspettandomi. Mi hai cercata sempre. E quando hai smesso, hai continuato a sperare nel mio ritorno. Sempre sempre sempre, cazzo». La voce di Smirne tremò, culminando in un acuto finale. Non l’avevo mai sentita così poco padrona di sé.

«Ti ho aspettata più che ho potuto, Smirne, perché pensavo che prima o poi ti saresti fermata; pensavo che avremmo proseguito insieme. È così che fa chi ama. Ma tu vuoi solo correre senza fermarti, e l’ho capito tardi. Tu vuoi solo essere altrove: ovunque, ma mai qui. Mai qui con me. Mai con me». Urlavo, non riuscivo a smettere.

«Ma non lo capisci, Pietro? Non lo capisci?», le pupille di Smirne si allargarono, la sua voce era un torrente. «Non lo capisci che io sono l’unica che corre senza spostarsi?»

La osservai, macchia scolorita nel mio sguardo umido.

«Io non sono altrove: io non sono mai da nessuna parte.»

Smirne si coprì il volto con le mani per un attimo, cercò di fermare una lacrima. Non ci riuscì. «Non me ne frega niente della valle, degli uccelli, dei fiori, delle stelle. Non corro via per quello. Un tempo, mi illudevo fosse così. Ma era tanto tempo fa».

«E per cosa, allora? Per l’amor di Dio, Smirne, per una buona volta… Dimmelo. Parlami. Ti ascolto. Sono qui». Piangevo, sulla soglia della nostra casa, e non potevo farci niente.

«Lo so che sei qui, tu sei sempre qui.»

«E non va bene?»

«Io ho paura».

Volsi gli occhi a lei come a un cielo di nubi che di colpo si aprono.

«Il tuo amore, il vostro amore, è troppo per me. È così grande… Mi fa terrore. È troppo  veloce, troppo selvaggio… Non vi sto dietro».

«Proprio tu temi la selva?», ero incredulo.

Smirne non mi guardava. Riprese a parlare fissando un punto nel vuoto della cucina. Come fosse sola, giusto un lieve sentore della mia presenza, da qualche parte, accanto a lei. La sua voce era stanca e roca. Non so dire se parlasse a me o a se stessa.

«Io un campo, un fiume, persino il cielo con le stelle, quelle cose le so gestire. Le so guardare. Le so amare senza temere. Ci so correre dentro, ma senza fuggire. Ma il tuo cuore, le tue mani calde, il tuo corpo accanto al mio ogni notte, e poi i suoi occhi, i suoi bellissimi occhi di mandorla amara, sempre così grandi, sempre così fissi su di me… Con quelli non so proprio che fare».

Sembrava indifesa. La bambina nascosta nei suoi occhi si rivelò, dopo anni che non la vedevo.

«Ci sono giorni che vi odio. Con tutta me stessa. Vi odio per quello che riuscite a fare; per la vostra inutile, disperata speranza, che mi rimane addosso ogni volta che torno; per quel Resta – antica, sfinita preghiera che non mi molla mai; per il vostro amore senza tregua; per il segreto che sapete – che tutti, sempre, sembrano sapere – e che nessuno, nessuno nella mia vita mi ha detto. Voi sapete come fare: sapete amare. Anche lasciando e subendo ferite. Ma senza desistere». Di colpo, Smirne fermò gli occhi umidi e duri su di me: «Voi sapete perdonare».

Le palpebre di Smirne si socchiusero; poi si sistemò sulla sedia per guardarmi meglio. «Tu, per esempio: sono vent’anni che mi guardi. Da dietro una finestra, da una panchina della piazza, dal tavolo d’osteria. Dal molo la mattina e poi ancora la sera. Dal sagrato della chiesa e da dietro il mio velo, quella mattina della nostra vita. E poi ancora al nostro tavolo a ogni pasto, dal tuo cuscino ogni notte. Quando rido, quando grido. Quando gemo. Quando fuggo via. Tu mi guardi, e mi ami. Così, semplicemente. In modo calmo, sicuro, fermo come le radici di un ulivo. Mi ami come fosse facile. Mi ami come  fosse una cosa che è, e basta. Come questa luce che entra dai vetri e mi sfiora il vestito. Come il papavero a giugno e il tarassaco ogni momento. Mi hai scelto da quando mi hai visto, da quando ti ho visto. Così. Da lontano. In silenzio. E non hai più smesso. Non ti sei mai stancato. Mai. Ecco, io una cosa così, non l’avevo vista mai. La brina sul pascolo, la stasi della farfalla prima del volo, l’ultima luce di Venere al crepuscolo, le onde nel silenzio… Niente riesce ad essere più bello e violento. Niente supera questo».

Non riuscivo a parlare. Lei continuò.

«Tu non lo sai, ma io ti vedo. Lo vedo che ti sforzi da sempre. Mi ami come fosse poca cosa. Ma è una cosa immensa, amore. Immensa». Smirne, triste, mi fissò, e chiuse in un sussurro: «Io lo so. E fuggo via».

Mi sentivo vuoto, senza forze. Persino far uscire la voce di gola mi pareva troppo difficile, inutile.

«Adesso sono stanca», aggiunse nel silenzio. Si alzò, stiracchiandosi fiaccamente.

«Dove vai?», chiesi. Nella mia voce non c’era più allarme.

«Sul nostro letto, a riposare», rispose lei.

La fissai, esausto eppure leggero. La mia bocca si aprì, poi si richiuse; una strana calma m’invadeva. La mente completamente bianca, mi alzai e la seguii in camera da letto. Lei si stese su un fianco. Mi coricai accanto a lei, cingendola con un braccio, come tanti anni prima. Sentivo le parche e inedite morbidezze di quel corpo invecchiato, familiare come poteva esserlo solo Smirne: una forma saputa, con al centro un mistero. Affondai il viso nella sua nuca, e inspirai a fondo quell’odore di zagare e pesce pescato, ossigeno della mia vita.

Nel silenzio complice della stanza, la tenevo stretta, tra lacrime mute. Avrei voluto che mi chiamasse ancora ‘amore’, chiedendomi di insegnarle a restare; avrei voluto che si ricordasse chi ero: colui che l’aveva amata senza fermarne la corsa. Ma sapevo quel che bastava, per non chiedere più.

Perché l’amore non è vero che salva sempre: esso persiste tra le crepe; ti insegue nonostante il dolore.
L’amore esiste, alto sulle nostre teste, ben oltre il lieto fine.

Dal torpore, Smirne levò la sua voce, ferma e salata. Disse solo: «Grazie». Si voltò: esitò una carezza, ci rinunciò. «Sappi che con te sono stata felice».
Poi si alzò, e di nuovo sentii, come tanti anni prima, il calore del suo corpo lasciare la stanza.
Mi limitavo a guardarla.
Smirne aprì la porta: la stanza fu invasa da un azzurro stanco.

Dallo spiraglio entra la luce o esce la notte?
In quel momento mi sei venuta in mente tu, figlia, con le tue mute parole infallibili.

Sulla soglia, Smirne si fermò e mi spiò dall’angolo della porta, per l’ultima volta. Mi disse: «Vai, Pietro. Ora sei libero».
E sparì all’aperto, nel crepuscolo.

Oh, Smirne. Lupa notturna, giumenta mai doma. Mia musa, mio fiore. Mia sposa che corre via. Addio, amore.

Inspirai il profumo della sera. Dentro, spossato silenzio. Fuori, un canto di grilli.

Chiusi a chiave la porta, e smisi di aspettare.

Fine

“Carissimo, tu mi hai dato la più grande felicità possibile.
Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu.
Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.”

(L’ultima lettera di Virginia Woolf al marito Leonard, 28 marzo 1941)

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