Capitolo 10 – Falce di luna

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Ecco cosa successe, la notte che rividi mia madre.

Era un sera di luna fioca: aspettavo Ernesto al solito posto, sul molo. Da alcuni mesi una calma satolla mi cresceva dentro come un bimbo. Assistevo al pigro infrangersi delle maree sugli scogli, accoccolata su una matassa di reti. Attendevo, paziente come una madre, ed ero felice.

Finalmente, vidi la sua testa arruffata scendere dal peschereccio. Mi raggiunse, mi strinse, ci baciammo, ci sorridemmo. Come sempre, sapeva di sale, di lontano, di attesa che finisce. Dopo, cominciava la solita evasione notturna. Non eravamo ancora giunti alla spiaggia, e già il passo era sincronizzato: stesso ritmo, velocità, andatura. Le mie gambe avevano imparato a non tremare, una volta oltre il faro; i miei piedi macinavano strada imperterriti anche fuori dal paese. Una nuova libertà mi formicolava addosso, unita alla frescura della notte. Nel buio, la mano di Ernesto stringeva più forte, nei tratti in cui la paura tentava il sopravvento. Le prime volte, quel tacito sostegno mi faceva scendere lacrime incredule. Non credo se ne accorse mai.

A un certo punto, il sentiero deviava verso l’interno, e noi lo assecondavamo andando incontro alla campagna. Le colline agghindate di ulivi vegliavano su di noi, complici come anziane nutrici: passando le salutavo, rincuorata. C’erano punti in cui procedevamo in fila indiana, io dietro e lui davanti, tenace fiaccola nell’oscurità. Seguivo docile quel ragazzo dai capelli d’oro di cui sapevo così poco, e non mi capacitavo. Panni sporchi e brevi parole, era bello come un principe venuto dal mare. Era àncora e timone, bussola e salvezza, coraggio d’andata e calmo ritorno. Era Teseo ed era Arianna, straniero che mi guidava fuori dal dedalo in cui m’ero perduta. Studiavo quella schiena di nafta e sudore e mi chiedevo quanto sapesse reggere: quanto dolore che pesa, e silenzio, e paura potesse portare. La vertigine del non saperlo mi stordiva, ma non era tempo di fermarsi: Ernesto mi trascinava dentro la notte, e non potevo, non riuscivo, non volevo oppormi.

Pochi minuti, e il suo braccio mi adagiava nella nicchia scavata tra due filari. Lì cominciava il nostro rituale: prendeva i fogli dell’ultima storia e li rileggeva a voce alta. E ogni volta, all’ultimo capoverso, m’implorava in un sussurro di leggerne la fine. Solo la fine; gli sarebbe bastata. Resistevo, sicura che fosse ancora per poco: quel verdemare mi lambiva fedele, mi corteggiava come l’onda fa con la riva, tentandomi. «Presto» rimandavo, in un lievissimo mormorio. Lui sorrideva, grato per l’impercettibile infrazione al divieto, e finiva la lettura da solo. Già pregustavo quel che sarebbe successo, il giorno che avrei accettato di dargli la voce. Ernesto mi avrebbe fissato, le orecchie tese ad ogni inflessione, per registrarla dentro di sé. Mi avrebbe scrutato immobile, rapito neanche mi stessi spogliando per lui.
Non era ancora tempo per il coraggio, però.

«Ho la bonaccia nel cuore», così chiudeva la lettura. In quei momenti, si sentiva un po’ poeta. Io ridevo e lo accarezzavo. A quel punto, l’amore.

Sappiamo parlarci, parlarci davvero. Laggiù, tra gli ulivi, ho imparato a sentire: ciò che non viene detto, che non è pronunciato, che prima non avevo capito. Parole dentro carezze, sguardi, baci. Ombre d’inchiostro di mani e capelli, di gambe e di seni, come lettere scure su quel foglio di terra sbiancato di luna. Tutti gli alfabeti del mondo nascevano lì: imperlati di sudore, rimestati di saliva, affogati di umori, gemiti e sussurri. Covati dal calore segreto dei corpi, contro il freddo delle notti là fuori.

D’un tratto, un fruscio che non sa di vento. Una bestia selvatica? Tendiamo le orecchie, senza staccarci. Riconosciamo un passo, poi due. In fretta ci sbrogliamo, coprendoci alla meglio. Nell’alone lunare un profilo, subito inabissato nel buio. Lo riconosco, resto di sasso. Non può essere, eppure è.

«Mamma», la voce mi sfugge, mentre Ernesto già si arma contro un oscuro pericolo.

Silenzio, la figura s’immobilizza nel nero. Cauta, sbuca dal filare, senza fiatare.

«Mamma», ripeto. Ernesto mi fissa, confuso e ammaliato dall’imprevisto. Non me ne curo. La rabbia è un gheriglio che sguscio in fretta, da masticare con foga.

«Alba».

Quella voce, roca e composta, senza età. Un grumo indurito preme nel petto. Smirne si mette sotto una falce di luna, monito del lutto e del tempo perduto. Si appoggia a un ulivo: «Sapevo che un giorno saresti venuta».

«Non sono qui per te. Sono con lui», ringhiai. Ernesto restò fermo, aveva capito.

«Non importa. Hai trovato un modo per arrivare fin qui».

«Tu invece non l’hai trovato, un modo per tornare». La bile m’inacidiva la gola. Mi sentivo esile e tremula come un filo d’erba.

Mia madre non rispose. Sospirò, calciò via un sasso. Dopo un breve momento, disse: «Sei cresciuta». Il suo sguardo percorreva il mio corpo con triste stupore.

«Il tempo passa, e si cresce perché si deve».

Di nuovo silenzio. «Lui è il tuo uomo?», nell’incapacità di sostenere il mio, il suo sguardo si concentrò su Ernesto. Seguì un momento di imbarazzo. Fin dal primo incontro, io e lui non ci eravamo mai promessi nulla. Eravamo solo ubriachi dell’intimità rubata, della tenerezza che ci donavamo. Non osavamo confessare di più.

«Non sono affari tuoi», mi sentii rispondere.

«Vi amate?», d’un tratto, il tono di mia madre s’indurì. Avvertii l’antica arroganza che rinvigoriva. Sotto, però, un tremore inedito.

«Sì, la amo, se è quel che vuole sapere», Ernesto si fece avanti, senza darmi il tempo di reagire.
Tesoro.
Lo ringraziai dentro di me.

Mia madre prese a osservarlo in silenzio, l’occhio vispo della civetta in attacco. «Come ti chiami?», era tornata la vecchia Smirne, poche parole implacabili come mitraglie, ritta contro il cielo.

«Ernesto. Faccio il pescatore».

«Non ti ho mai visto».

«Vengo dalla città di là dal mare».

«Dunque, la ami», mia madre lo squadrava, una serpe impassibile. «E cosa ti aspetti da lei?». I suoi occhi si socchiusero, si protese in avanti con aria di sfida: «Ernesto, cos’è per te, l’amore?»

A quel punto, l’astio mi accecò. «E cos’è per te l’amore, mamma?», m’intromisi. «Non osare – non osare – darci lezioni sull’amore, proprio tu», dissi gelida.

«Non do lezioni», si schermì lei. Poi tornò a fissare Ernesto: «Voglio solo sapere se lui ti ama al punto di rispettare la tua volontà, qualsiasi essa sia, in qualunque momento sarà».

«Anche lui ha una sua volontà. E la mia non è quella di andarmene. Io non sono come te». Anche io ero falco e civetta. Volevo beccarla, lacerarne la carne, farle del male.

Smirne accusò il colpo: fu il cedimento di un attimo. Il suo volto tornò duro, una statua infrangibile. «Oh, figlia, che lui abbia una sua volontà è chiaro. Ma tu, tu, hai una tua volontà? E sai difenderla da chi vuole piegarla?»
Rimasi in silenzio, lei incalzò:  «Saprai farlo con chi ti chiama ‘amore’? Sarai abbastanza forte da ricordarti chi sei – e da volere qualcosa, oltre a lui? Siamo donne, noi, e non ci stendono i tappeti rossi».

Ammutolii, esterrefatta. Poi mi ripresi: «Tu mi chiedi cosa voglio: e tu cosa vuoi?»

Mia madre alzò gli occhi all’orizzonte. Mesta, priva di forze. Non rispose.

«Mi pare che tu avessi trovato un uomo che non voleva piegarti. E lo stesso non sei rimasta». La fissavo, aggiunsi: «Chi ti ama non vuole piegarti, solo invitarti a restare».
Stavolta, quella implacabile ero io. Una fermezza inaspettata ardeva in me, era uno scudo resistente e maneggevole.

«Sì, Pietro mi ha lasciata correre», ammise. Poi mi guardò con una dolcezza antica e una tristezza nuova: «Ma come potevo restare, se la mia volontà era proprio quella di andare?».

Una folata di vento ci sorprese tra le frasche. Sentivo un freddo che ghiaccia, che trapassa le ossa. Avevo tutto da dire, e più niente.
Mia madre si puntellò al terreno, sotto la falce di luna. Sembrò quasi pregarmi: «Alba, devi saper correre senza fermarti, devi farlo per te».

«Il nomade che corre sempre, non semina e non raccoglie», le tirai un fendente. Sostenni il suo sguardo: «Se corri senza fermarti, poi non riesci a respirare». Compativo la magrezza d’uccello di mia madre. Non capiva, non capiva proprio. Un fiotto di amarezza mi gorgogliava dentro.

«Se passi il tempo a dare, chi darà a te?», la sua voce si tinse di ansia.

«Chiedilo a mio padre», la bile risaliva in me come alta marea. «Non gli hai lasciato scelta».

«Non è vero: la sua scelta sono io. Io non avevo scelta, Alba».

«Ma di che parli? Io… Non riesco a capirti».
Ero esausta. Un lento dispiacere serpeggiava dentro di me. Non un dolore che strepita: solo un intenso rammarico per quella donna smunta, una lupa vecchia, sfiancata dal suo stesso rigore, dalla sua stessa terribile fame.

Lei piantò gli occhi nei miei. Uno sguardo nero e dolente, che mi disorientò. Mormorò: «Voglio solo che tu sia libera di essere quel che vuoi senza temere di non essere amata, figlia mia».

Era piccola. Mia madre – quella dura, forte, impavida – ora sembrava piccola. Disarmata e impotente di fronte a un semplice filo d’erba.

Fu un lampo d’ira. Una frana di dolore, imprevista, che non riuscii ad arginare. Volevo gridare, ululare il rancore, più licantropa di mia madre. Mi sentii gemere: «Tu: tu e la tua dannata libertà sbandierata ai quattro venti; tu qui fuori, tu sempre e solo qui fuori; tu e questi dannati ulivi, e gli uccelli, e i fiori, e questo orizzonte che non si prende mai… Mamma, tu non sei libera».

Mia madre mi guardò esangue, debolissima, fioca come la luna. «Allora lo hai capito».

Lacrime.
Lacrime addosso, ovunque.
«Ci hai rovinato la vita», fu l’unica cosa che riuscii a dire. Ero fradicia di pianto.

«Ma il frutto di tutto questo, di questo amore – bizzarro forse, e crudo, e crudele – sei tu. E non lo rimpiango». Cercava di consolarmi, di consolarsi. Addossata al tronco di un albero, aggrappata all’unico appiglio che aveva sempre cercato, tra le foglie ed il cielo. «Tu e Pietro siete il mio dono. Un dono che non so scartare… Ma è l’unico che la vita mi ha dato».

Fu l’ultimo schiaffo. Coperta di terra e bianco di luna, ascoltavo lo spegnersi dei singhiozzi. Le mie spalle furono coperte dai palmi caldi di Ernesto, che mi sorreggeva in silenzio. Lo amai per quelle mani protettive e mute, per quel sostegno senza giudizio.
Il grumo indurito si era sciolto nel petto.

Poi Smirne si voltò verso Ernesto, gli disse: «Mia figlia è qui, non teme più l’orizzonte. Se in questo tu c’entri, allora mi basta. Amala: rispetta ciò che lei è. Aiutala ad andare lontano».

«Mamma», la chiamai per l’ultima volta.
Smirne, sul crinale, rimase nel buio, in ascolto.
«Devi aiutare papà».

«Sì. È tempo, anche per lui, di andare lontano».

 

“Ma con l’Amore non si fa commercio al mercato, né si usano i pesi di un venditore ambulante. […] Lo scopo dell’Amore è amare: né più, né meno.
Tu fosti il mio nemico: un nemico come nessun uomo ebbe mai. Per il mio stesso bene, non c’era niente da fare per me, eccetto amarti.”

(Oscar Wilde all’ex-amante Bosie, “De Profundis”)

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