Anche se non te l’ho detto mai

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«Avevi promesso che venivi, e invece non sei venuto».

Resto immobile, gli occhi bassi. Disagio e una calma preoccupante si alternano sul mio viso, ne sono certo.

Ti ho vista stringere i pugni e attraversare l’uscita con le spalle quasi a terra. Non ti ho seguita né ti ho fermata; non ho impedito che quel momento diventasse un brutto ricordo con un bel finale: ho lasciato che restasse ferita e cicatrice senza benda (la mia benda, amore, quella che un padre è tenuto a mettere sulle ginocchia sbucciate della sua bambina).

Ho sempre fatto così, e tu purtroppo lo sai. Ho fatto dell’inazione la mia principale azione di difesa e offesa a te.

Ma tu non sai, tesoro mio, la bruciante tenerezza del vederti correre libera e forte in avanti, sempre avanti, ancora avanti, mentre io resto indietro. Io che non ero e non sono capace nemmeno di uno solo dei tuoi passi, che rapidi in te si fanno falcata rincorsa e volo. Già molto prima di te, io mi trascinavo lento e soddisfatto delle botte di questa vita implacabile, le nemiche compiacenti cui la mia viltà cede volentieri.

Capisci, piccola mia? Io mi sono fermato a valle molti anni or sono, invece tu, sorridente e indomita, mi saluti, inizi la scalata ed ecco che voli. Lo capisci, ora? Mentre ti vedo volare oltre le nuvole e l’orizzonte, sempre più in alto, sempre più lontano da me, io tremo di vergogna per me e di orgoglio per te, e mi perdo nel tuo incanto (che bella che sei lassù, amore mio), e non mi capacito di come una farfalla d’acciaio possa nascere dal mio sangue di lumaca, dalla mia carne di rana pavida. Davvero le tue orme partono dalle mie? Davvero i tuoi occhi hanno il mio colore? Ma come è potuto accadere, e come accade?

Io sono ancorato a terra, amore mio immenso, io è una vita che non riesco a staccarmi da questa roccia che mi grava sotto i piedi come fosse sopra le spalle – e forse sopra ci è finita davvero perché ce l’ho messa io, e solo per paura di volare come fai tu.

Ti guardo da quaggiù, e come sei bella. Sei raggiante e perfetta, viri e plani nel sole e risplendi come mai avrei sperato potessi fare. E che sublimi picchiate, e che vertiginose risalite che fai, amore. Ti guardo e piango, di felicità non meritata e di tristezza, perché vai oltre me e le mie capacità. Chi ti ha insegnato il coraggio? Chi ti ha dato fiducia? Chi è riuscito dove io ho fallito?

Hai saltato oltre l’ostacolo, mia campionessa, lo hai sempre fatto: mi riempi di così tante sfumature che senza te non avrei visto mai. Mi spiace solo che queste non siano solo d’amore. È una grande illusione, tesoro, che i genitori ammirino senza scosse i figli che ne prolungano il passo. Sai, in noi c’è meraviglia e senso di inadeguatezza, sollievo e panico, orgoglio e invidia. Sì, invidia. Perché io non sono capace di generare le tue meraviglie su questa terra. Né lo sarò mai. Sanguino, ma ormai è tardi e non posso più nasconderlo. Mettiti l’anima in pace, figlia: non farò mai ciò che mi chiedi, per mie immaturità che perdurano nella maturità. Però, ed è questo che mi consola, a volte dalla mediocrità dei padri può nascere l’eccellenza dei figli. Non so come questo avvenga, ma tant’è: la natura è beffarda ma generosa, e ristagna amara sulle nostre bocche che riescono ancora a ridere. Forse questo è il punto, forse questo è l’unico bagaglio che posso consegnarti nel tuo viaggio verso l’alto, verso l’oltre: il mio non essere mai alla tua altezza. Sono tuo padre, e gloriandomene sono un nano sulle tue spalle. Per sempre.

Se tu sapessi, piccina, però, l’amore che si prova. È un amore magico, che non sa finire, e fa male proprio perché io davvero non lo so da dove esca tutto questo amore che ho per te e che non so dirti mai. È qualcosa di così grande che mi annichilisce. È la possanza del vulcano visto dalle pendici, è il vasto e silente abbraccio al largo degli oceani, è l’immobilità onnipotente di un dio antico.

E io balbetto e ammutolisco e inciampo, inciampo sempre, e così ti perdo. Io ti perdo sempre, lo so. Non è un alibi, amore, perché ormai ho l’età per vedere che sì, è così, quel masso che sento sulla schiena me lo sono messo addosso proprio io, e non ho mai fatto nulla per levarmelo da lì, per alleggerirmi e mettermi a correre o scalare, verso la cima, verso di te: te, tersa a strapiombo; te, occhi di cristallo infrangibile. Te che mozzafiato mi aspetti ridendo nel sole di lassù, te che mi gridavi di salire su, che me lo suggerivi cantavi comandavi imploravi. E io sempre fermo, io e la mia pietra buona solo ad affogare nel pozzo, io sempre muto, sorridente ma muto, finché tu amore hai perso la voce, hai smesso di gridare e non hai parlato più. E non ti ho vista più. Hai smesso di aspettarmi, tesoro grande, e hai ricominciato a salire e salire, finché non hai aperto le ali, hai gettato il tuo enorme cuore tra le stelle e sei sparita nel blu dipinto di blu. E io ho capito, ti giuro che dopo le lacrime ho capito, e ho sussurrato Hai fatto bene, amore mio, solo bene, ché non si può aspettare per sempre. A un certo punto bisogna spiccare il volo e senza fame e senza sete, senza ali e senza rete, volare via.

Mi dispiace, tesoro grande, è colpa mia. Sono un mediocre sasso di terra, un Prometeo incatenato a se stesso, e tu sei aquila e aeroplano: non so da chi hai imparato a volare, non da me, ma lo hai fatto. Buon viaggio e buona vita, amore mio, plana su questo cielo ogni tanto, se puoi, io ti guarderò dal basso e da lontano. Ti urlerò Ciao ciao, amore, ti voglio bene, anche se non te l’ho detto mai.

***

Te lo voleva dire, che ti vuole bene
Non è riuscito a parlare,
troppe occasioni sprecate.
E ora il tempo è finito, e tu
hai deciso di andare
Non verrai mai a sapere che

Che ti ha cercato tuo padre,
Ti doveva parlare
Ti voleva vedere, ammirare,
Te lo voleva dire.

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