La linea gialla

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Bologna. Binario 3. Ore 14.54.

Treno in arrivo al binario 3: allontanarsi dalla linea gialla.

Si osservava le scarpe in modo ossessivo. Guardava l’orologio ogni trenta secondi, passeggiando incessantemente avanti e indietro.

Cinque passi avanti e cinque passi indietro, cinque passi avanti e cinque passi indietro, cinque passi avanti e cinque passi indietro.

Sentiva gli occhi della ragazza mora nell’angolo e dell’uomo alla sua destra fissi su di lui. Che nervi. Odiava sentirsi osservato, odiava la certezza fisica di essere pazzo, odiava la sensazione bruciante di un giudizio inappellabile che ti viene scagliato addosso come un macigno, da sempre.

Sì, sono pazzo, ne sono assolutamente consapevole. Sono quello che si dice un pazzo lucido: inorridite a questa definizione, lo so bene. Sono pazzo e vi vedo, tutti quanti, vedo le vostre espressioni terrorizzate, sento i vostri sussurri sospettosi. Sono lucido, e sono disperato. Di-sperato, senza speranza. Nel mio caso la speranza di vivere.

Che nervi, ripeté. Sentì il sudore freddo straripare dai pori della pelle.

Ma guardali, questi poveri idioti coi paraocchi e una vita da quattro soldi. Mi chiamano “pazzo” non rendendosi conto della loro cecità; non si accorgono quanto poco valgano i loro giudizi, quanto siano parziali e, soprattutto, assolutamente ininfluenti. Si riempiono le orecchie di chiacchiere, poi si voltano e mi fissano vomitando disapprovazione. Non capiscono quanto sia sottile e, allo stesso tempo, abissale il confine tra me e loro; mi compiangono senza accorgersi che sono io il primo a compatirli. Non possono lontanamente immaginare quanto io sia mostruosamente coraggioso, quanto lo sia sempre stato, ogni singolo minuto della mia merdosissima vita. E questo perché non sanno cosa significa dover scegliere ogni secondo tra la vita e la morte, cosa si prova a trovarsi davanti al bivio e doversi sempre ricordare, doversi costringere a scegliere la vita. Non sanno cosa vuol dire andare contro se stessi; non immaginano quanta fatica costi rimanere fermi, al di qua della fatale “linea gialla”, resistendo con tutte le proprie energie alla forza magnetica che ti porterebbe a saltare sui binari.

Li osservo tutti, questi uomini donne vecchi bambini: se ne stanno lì, fermi, in piedi, fissano il tabellone degli orari, conversano con calma, assolutamente sordi al potenziale pericolo che si nasconde dietro quella maledetta linea gialla. Solo io riesco a sentire sulla pelle tutta la nostra inutilità, piccolezza, pateticità, semplicemente guardando quella striscia dipinta per terra, quel confine immaginario, quella convenzione che non ha barriere fisiche e che, pure, tutti rispettano, per il semplice fatto che sono tutti dotati di un istinto comunemente detto “voglia di vivere”.

E chi non ce l’ha, questo istinto? Chi è stato programmato male, che fa? Per l’errore di produzione, per la merce fallata, per il pazzo disperato di cui sopra, esistono barriere di salvataggio? Chi lo protegge dalla linea gialla e da se stesso? Chi lo tiene al di qua, “leggero, nel vestito migliore, nella testa un po’ di sole ed in bocca una canzone”?

Io sono Ulisse, voi tanti poveri marinai. Io sento il canto delle sirene, oltre la linea gialla, al binario numero 4. Voi avete le orecchie tappate di cera e mi fissate con volti ignoranti. Io sento il canto, ma non ho lacci né alberi maestri a cui incatenarmi. Eppure resisto, e me ne sto buono buono al di qua di quella fottutissima striscia. È questa la mia pena, questa la mia tragica ed eroica impresa quotidiana. E nessuno se ne accorge, nessuno sa, nessuno vede. Ma, soprattutto, nessuno sente. Solo io ho questo canto nelle orecchie, solo io grido nel vento, solo io devo distogliere gli occhi da quella sirena seducente, appollaiata sul bordo dell’abisso. Eppure io non ho scelto tutto questo, non volevo sentire il canto delle sirene, io volevo la cera nelle orecchie come tutti gli altri. Voglio guardare negli occhi la sirena gialla, e riderle in faccia, rimanendo serenamente al di qua, nel mio vestito migliore. Voglio rinchiudermi nell’ignoranza, non voglio sapere cosa c’è al binario numero 4. Non voglio desiderare di saperlo.

Sono stremato, non ce la faccio più a dovermi fermare a un passo dalla linea, non ne posso più di questi cazzo di cinque passi avanti e cinque indietro, strategia contro l’oblio.

La striscia gialla ora, però, è troppo vicina. Non devo distrarmi.

Cinque passi avanti e cinque passi indietro, cinque passi avanti e cinque passi indietro, cinque passi avanti e cinque passi indietro.

Concentrati, se no muori. Ancora un piccolo sforzo, manca poco e il treno arriva. Lo guardi arrivare e fermarsi davanti a te, sali e ti siedi come tutti questi marinai sordi. Non è poi così difficile. Il trucco è restare calmi, inspirare a fondo e camminare. Evita lo sguardo della ragazza e del vecchio, fissati le scarpe, senti l’odore di stazione attorno a te. Magari puoi cantare, così copri il canto delle sirene. Ma sì, bella idea! Canta quella canzone di Ligabue che hai imparato a memoria, come fa?

E le senti le vene piene di ciò che sei, e ti attacchi alla vita che hai

(Ma chi sono io? Che vita ho?)

Sta arrivando il treno. Cazzo, quanta gente si è affollata al binario, non me n’ero accorto. Oh, non spingete! Non mi posso avvicinare troppo alla linea gialla! Non mi spingete, stronzi! State lontani! Ho bisogno di spazio, di energie, di musica, di concentrazione! Resistere alla forza magnetica della sirena non è facile, è un’impresa delicatissima, non vi avvicinate! Cazzo, la linea gialla è troppo vicina, troppo vicina…

E le senti le vene piene di ciò che sei, e ti attacchi alla vita che hai

(Ma chi sono io? Che vita ho?)

Salto nel vuoto.

Maliarda figlia dei mari, ora posso toccarti.

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