Caffè amaro

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Miss Griffith si sedette di fronte alla potente luce che violentava la quiete di quella stanza, una camera senza pretese che, tutto sommato, un occhio indulgente avrebbe potuto anche trovare accogliente. Miss Griffith era una donnetta minuta, sulla soglia delle prime grinzosità (se le ispezionava attentamente ogni mattina, concludendo sempre l’analisi con un sospiro rassegnato), ordinariamente castana e dal naso importante. Due occhietti vispi e pronti alla maldicenza, grandi intenditori di quanto mai scontati feuilleton (unica ossessione coltivata ogni pomeriggio dopo l’ora del tè) in quel momento slittavano irritati e confusi in ogni angolo, pur di non incrociare lo sguardo dell’ispettore Butler.

«Una tazza di caffè bollente, signora Griffith? Vedrà, il colloquio durerà poco, ho solo bisogno di farle qualche domanda».

L’ispettore Butler non era affatto il classico detective da romanzo, il burbero baffone cinico d’appendice; era un uomo fulvo e corpulento, la cui impassibilità di fronte ai delitti derivava da una noia mostruosa, la radicata consapevolezza di quanto gli uomini possano essere prevedibili nelle loro grette manifestazioni. A pensarci bene, in effetti, in questo l’ispettore Butler assomigliava parecchio a un detective da romanzo.

Era un giovedì pomeriggio, il gelo metallico di gennaio impallidiva le vetrate tristi. Tra due giorni cominciava il weekend, e Butler non vedeva l’ora di andarsene a casa. Chissà come mai, pensò, i reati di cui si occupava venivano commessi sempre poco prima del fine settimana. Vabbè.

La signora Griffith («Eleanor Griffith, signorina, prego») era tutta in agitazione, si sfregava le mani un tempo intirizzite, ora paonazze, in un fazzoletto lilla e stava appollaiata sul bordo della sedia, come se volesse alzarsi da un momento all’altro. «Ispettore, facciamo presto, stasera mia cugina viene a trovarmi da Warrington, sarà stanca poverina, e con il freddo che c’è… Le posso già dire che io non ho visto né sentito nulla. E, d’altra parte, come avrei potuto? In quel momento ero in cantina a riporre la marmellata di mele cotogne appena fatta, si figuri! Sa, una donna sola come me, qualcosa se lo deve mettere da parte… Comunque mi dispiace tanto per la povera Katherine Jenkins – una vicina davvero gentile, sempre educata. Un po’ troppo riservata, forse… Comunque tanto, tanto deliziosa! Povero signor Jenkins, un così bell’uomo poi, tanto serio e brillante… Ora che è rimasto solo con tre figli come farà? Che tragedia… Ma, detective, mi scusi se mi permetto, ma lei è davvero sicuro che si tratti di omicidio? Sa, al giorno d’oggi gli incidenti domestici sono una piaga così frequente: anche stando in casa noi povere casalinghe corriamo pericoli che lei neanche si immagina, guardi. Insomma, dicevo, potrebbe anche darsi che Mrs Jenkins sia scivolata dalle scale ed abbia battuto fatalmente la testa… Io penso sia andata così, anche perché chi avrebbe voluto ucciderla, una cara donna come lei? Non viviamo mica nei film, dico io! …Oh, come si è fatto tardi!, posso andare, signor Butler?».

L’ispettore pensò che poteva bastare. Sinceramente non aveva seguito molto del frenetico quanto scontato soliloquio della signorina (in eterno, probabilmente) Eleanor. Aveva solo osservato con estrema disapprovazione le manciate di zucchero che Miss Griffith aveva calato distrattamente nel suo caffè prima di trangugiarlo. Ben tre cucchiaiate abbondanti. Brutto segno. Denton Butler era della ferrea convinzione che ci fosse un unico modo di bere il caffè: amaro. Neanche un’ombra di zucchero. Il caffè da che mondo è mondo nasce amaro, e non c’è alcun motivo valido di cambiargli il sapore. Se no non sarebbe caffè. Punto. Se c’è una cosa che Denton aveva imparato nei suoi 27 anni di carriera, è che bisogna sempre diffidare di chi beve il caffè con lo zucchero, specialmente se in quantità industriali come la signorina Griffith. È un indizio sicuro di personalità falsa, ipocrita, incapace di assumersi le responsabilità. La vita, come il caffè, è amara, cara Miss Griffith. Non è colpa di nessuno, è così. E tre cucchiaiate abbondanti di zucchero non bastano a nascondere l’evidenza e a vivere meglio, illudendosi che la realtà sia dolce e rassicurante come una cioccolata in tazza.

Il detective Butler chiuse il rapporto, prese il cappotto e uscì dalla stanza pensando: “Ti ho beccata”. Il giorno dopo avrebbe rifatto un sopralluogo sulla scena del delitto e sarebbe passato nuovamente dalla dolce Eleanor per approfondire la situazione e per cercare un fondamento alle sue ipotesi.

Il signor Butler era uno che capiva al volo quando stava seguendo la pista giusta. E quella sera tutto gli diceva che il suo fine settimana sarebbe stato meravigliosamente tranquillo.

 

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