Cieli elettrici

night

Sotto cieli elettrici scivolo sulla strada. Sono notti impavide, ma io che mi ci addentro, forse, non lo sono altrettanto. Corro dentro a pensieri opachi come una lunga fila di vagoni.

Vorrei chiedere a un adolescente come descriverebbe l’amore: il suo, se ce l’ha, e se non ce l’ha, se ci crede ancora. Potrebbe dirmi che è tutta una bugia; a quel punto so che fisserei i suoi occhi, opachi più dei miei pensieri, e penserei a com’è triste una vita così.

Ma quanto dura l’amore? Si può misurare? So che per tanti la risposta è ovvia: no, non si può. Ma cavolo, dico, ci sarà pure un attimo in cui, dalla follia ubriaca, canterina e barcollante si passa alla disillusione, al cinismo, al non m’importa più. Cosa accade, cosa si accumula in tanti gesti quotidiani? Quale rancore, quale inconsapevolezza, quale repulsione, insomma cosa, giorno per giorno, si butta nel grande mucchio dell’indifferenza che, prima o poi, cogliendoci o meno di sorpresa, ci fa rendere conto che un amore, un altro, è evaporato?

Vorrei chiedere a uno scalatore cos’è la tenacia: come si chiama quel sentimento dai nervi tanto saldi da indurre un uomo ad affaticare un’intera vita solo per un ideale, un obiettivo, un’utopia. Cosa scorre nelle vene di un essere tutto teso alla realizzazione di un pensiero, quale sentimento onnipotente e tanto tracotante gli fa credere che tutto questo possa realizzarsi, che egli ne abbia l’autorizzazione, o addirittura l’approvazione degli dèi? Qual è il sapore della vittoria – il sapere, finalmente, che sono stati strattonati tanti anni non per niente – e invece cosa lascia sul palato la sconfitta, la frana di un’idea?

Sulla mia strada incontro un marinaio, seguito a pochi metri da un cane. Da loro mi farei raccontare il viaggio, e poi il silenzio, e poi la nostalgia. C’è spazio nel silenzio? Cosa accade nel silenzio e, se accade qualcosa, fa rumore? Quando il silenzio fa male e quando fa bene? E dal silenzio c’è ritorno? E anche il dolore per il ritorno, la nostalgia, come trasforma le cose? Loro, il randagio e il navigante, sono riusciti a calcolare le percentuali con cui il ricordo plasma la realtà? La nostra mente non può proprio essere programmata per preservare un senso della realtà pur nella lontananza?

Invece, del viaggio, questa serie infinita di eventi inaspettati, questa avventura letteraria, tutto questo vagare e questo accadere ma solo inshallah, mi piacerebbe conoscere i momenti illuminanti che portano a scegliere le vie del nostro destino, a risolverne i bivi. Non rimpiangono mai, il marinaio e il cane randagio, una svolta a destra che poteva essere a sinistra, un valicare un ponte che poi è crollato, un superare un campo che si è rivelato palude?

E ancora, sotto i miei cieli elettrici incontrerei volentieri un giocatore di scacchi perché mi descriva la prudenza e, se potesse parlare, chiederei a un neonato come può venirgli naturale tanto stupore. Dal primo vorrei sapere la fatica che si fa a non esagerare mai, dal secondo quella che si fa a non dar nulla per scontato. Allo scacchista invidierei la pazienza con cui egli attende, impassibile, di compiere l’ultima mossa, anche se sa che è quella vincente e conclusiva della partita; al neonato invidierei il saper vivere in equilibrio nel mondo, senza basi a cui appoggiarsi, una vera spugna di esperienze, belle o brutte che siano, eppure sempre con il sorriso fiducioso nello sguardo, sempre con questo amore, incondizionato poiché rivolto all’ignoto, racchiuso nella pancia.

Ora si è fatto tardi e i cieli elettrici iniziano a surriscaldarsi: occorre congedarsi prima che scoppino scintille…

L’adolescente, lo scalatore, il marinaio e il cane randagio, lo scacchista ed il neonato si liquefanno ed evaporano, tornando gassose domande che affollano la mente ad ogni risveglio.

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