Capitolo 8 – Il taccuino

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Kalymnos, 1950 (archivio fotografico: Benaki Museum)

Ormai pensavo solo a come rincontrare Alba. Passato il giorno di mercato, ero tornato alla mia caotica città di là dal mare, con mio padre. A bordo, sorpresi spesso il mio vecchio a scrutarmi. Diceva Non senti che tira la lenza, attento a quelle reti, ho detto ‘vira a destra’, non fartelo scappare, presto, imbarca i remi, che ti sei rincitrullito, sveglia un po’. Era preoccupato. Io cercavo di concentrarmi, ma la mia mente era una gabbia di legno: dietro le sbarre, solo gli occhi di quella scura ragazza dal nome di luce, che si era lasciata inseguire fino alla fine delle strade.

Ogni sera, buttato sulla branda, il grasso russare di mio padre oltre il muro, mi rigiravo tra le mani quel foglietto di carta. Lì sopra c’erano le uniche parole di Alba, quel nome che lei aveva scelto di darmi, come un piccolo dono. Accarezzavo la calligrafia sicura e allungata, da bimba matura. Più la guardavo, più sentivo la prepotenza di rivedere quella ragazza. Mi chiedevo cosa avesse di diverso da tutte le altre che incontravo nei porti, effimere gioie notturne di cui poi mi dimenticavo. Alba spiccava nel ricordo, anonima e ipnotica come una lucciola d’estate.

Finalmente arrivò il sabato, e ci imbarcammo per l’isola bianca. Mi bastò indovinarne il porto all’orizzonte, per sentire una frenesia antica, come provata un secolo prima, in un’altra vita. «Dio, ti prego, fa’ che mi stia aspettando». Mi scoprii a pregare, proprio io. Attraccammo, i miei occhi dappertutto. Scaricammo il pescato, lo sistemammo sui bancali, in attesa delle donne. Dio, ti prego, fammela incontrare, fammela vedere.
Quel giorno, io e mio padre vendemmo fino all’ultimo sgombro.
Di lei, nessuna traccia.

Al tramonto smontavo deluso i bancali, finché l’occhio mi cadde su un groviglio di reti: adagiato tra le maglie, c’era un taccuino. Proprio come quello che stringeva Alba. Lo afferrai, la smania sentita al mattino che mi formicolava dentro. Era lui: l’ultima pagina segnava ancora le mie parole, maldestro complimento scritto con la cenere. Dopo, nient’altro. Solo pagine bianche, come promesse non mantenute. Perché era lì? Alba era venuta a cercarmi e lo aveva perso? Senza risposte, lo portai in cabina, accanto al biglietto col suo nome, nuovo talismano sull’altare votivo per la mia madonna irraggiungibile.

A mezzanotte rientrai, afflitto e ubriaco, dall’osteria. Avevo cercato di carpire informazioni su Alba; in cambio, solo strani pettegolezzi.
Forzando la reticenza dell’oste a suon di calici e mance, avevo scoperto che era figlia di un pescatore e di una donna esotica nel nome, selvatica e altera, forse pazza, che preferiva la luna al tetto di una casa. Alcuni vecchi, al bancone, dissero che la follia era ereditaria, nella casa di Pietro il Pescatore: la bella figlia non spiccicava parola, per genetica o per scelta.
«Però ha la testa fina», aveva osservato il proprietario della taverna. «Ricordate che in molti volevano portarla in città, a studiare?»
«Sì, ma poi ha deciso di restare qui, e forse le è marcito il senno», sentenziò uno dei vecchi, finendo il bicchiere.

Mentre salivo a bordo del peschereccio, pensavo a quanto le mie impressioni su Alba fossero lontane da ciò che avevo sentito alla bettola. Non avevo mai avuto sentore di squilibrio, in quei pochi istanti dopo l’inseguimento. Anzi. C’era qualcosa, in quel silenzio furioso, in quello sguardo umiliato, che mi pareva dire troppo, anziché troppo poco.
Ma che ne sapevo, in fondo.
Sospirando, scesi sottocoperta. Tutto era spento, i rantoli sognanti di mio padre spezzavano già il buio.

Presi il quadernetto di Alba e mi coricai. Lo aprii alla prima pagina:

Al terzo giorno di vento, Agnese capì che era tempo di rivedere il mare.

Così cominciava la storia della figlia orfana di un pastore, del suo sogno proibito di frenare una sorte nomade, unica eredità di una famiglia ormai estinta. Il racconto proseguiva per pagine e pagine di calligrafia fitta.

Mentre leggevo, pensavo che io non ho studiato. Non ho la licenza elementare, ma ho fatto l’esame del terzo anno, perché mia madre si ostinò. A sette anni, mio padre prese a dire che dovevo andare a faticare, che quel che serviva per uscire in mare e gettare le reti non lo imparavo di certo lì dentro. Dopo mesi di urla e feroci ripicche, però, Talia Samaras – l’accigliata, formosa, implacabile Talia Samaras, mia madre – la spuntò. È grazie a lei se so leggere senza troppo incespicare, e scrivere quel che basta. Ma più di questo, non so fare. La direzione del vento, la profondità del fondale e l’angolazione della vela: questa è la scienza mia.

Insomma, io non ho studiato, perciò non immaginavo. Non lo sapevo, che su certe pagine si può piangere; che certe storie parlano di te anche se non parlano di te; che l’esattezza di una frase s’infilza da qualche parte, tra il cuore e il polmone. Leggevo di Agnese, pallida mandriana sola al mondo, e mi riconoscevo in quella triste sorella di carta. Anche io mi ero sentito, e mi sentivo, così: costretto a partire, quando volevo restare.

Radunato il gregge, Agnese salutò dall’alto il primo sudore dei braccianti sulle vanghe. Per restare, si disse, bisogna saper tornare: giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Finii di leggere il racconto che era l’una passata. Spensi la luce e pensai ad Alba, scura ragazza dal nome di luce, madonna irraggiungibile, signora delle parole che fanno piangere e fanno tornare.

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