Le certezze

bicchiere

Alzai lo sguardo verso di lui. Fissava un punto davanti a sé, le mani strette attorno al bicchiere quasi vuoto. Sembrava così solo, eppure era lì accanto a me. Lo invidiai.  So che è incredibile a dirsi, e ingiusto: la vita di Bill stava crollando, e Dio solo sa quale sarebbe stato il fondo, eppure io in quel momento lo invidiai. Riusciva a lasciarsi andare a se stesso, anche con me accanto. Con chiunque accanto. Così fa la gente, quando è disperata.
Non che Bill non si vergognasse, eh. Solo, lasciava che la vergogna scorresse lì davanti a noi, a me, a tutta la gente seduta in quel bar. Lasciava che semplicemente ci fosse: non si opponeva, ma le resisteva, questo sì. E continuava a parlare. Diceva tutto quello che gli passava per la testa, e tu che lo stavi ad ascoltare non potevi che arrenderti. Assistevi al suo farsi conoscere per quello che era, e vaffanculo a qualsiasi consiglio potevi sentirti tanto superiore da volergli dare.

Io ci avevo provato a fare come lui, non mi riusciva mai. Alla fine, una piccola parte di me in grado di fingere che in fondo non fosse così grave, che me la potevo cavare, restava sempre.
E a quel punto ero fregato. Sì, perché ormai avevo sorriso, avevo detto che tutto sommato stavo bene, che ce la potevo fare, e mica potevo rimangiarmi tutto. Dire Scusa, mi sono sbagliato, in realtà va tutto malissimo, non so dove sbattere la testa, ho bisogno di aiuto; non volevo dirtelo perché, sai, mi vergognavo. No, ormai era andata.
E allora restavo zitto, e lasciavo che il povero cristo accanto a me sorridesse sollevato e mi desse una pacca sulla spalla, contento di potersela filare. E io restavo dov’ero, a mangiarmi il fegato. La gente ti aiuta se tu le chiedi aiuto, ma se lo fai davvero. Non quel piagnucolare due minuti per poi asciugarsi le lacrime e dire Cambiamo argomento. È la nostra stessa vergogna che blocca e incasina tutto. Facciamo gli eroi, ma poi siamo i prigionieri.

Insomma, questa cosa qui a Bill non spaventava. Non sempre lo salvava dalla disperazione e dal crollo, ma qualche volta sì. E se anche le cose fossero crollate per sempre, nessuno avrebbe potuto dire di non sapere come stava davvero Bill. Nessuno avrebbe potuto dire di non averlo conosciuto per quello che era. Solo per questo, lo invidiavo moltissimo. Dal niente

– Porca puttana, li odio, disse piano. Svuotò il bicchiere.

– Chi?

– I miei, e tutti i loro amici, e tutti quelli del loro tempo.

– I tuoi chi? Che dici, Bill?

– Dico che odio i miei genitori, e il tempo in cui hanno vissuto. La vita che hanno avuto, immeritata come nessuno si merita mai tutta la vita che gli capita.

– Perché li odi?

– Li invidio.

– E perché?

– Gli invidio le certezze.

– Certezze di che?

– Di una casa, un lavoro, uno stipendio – quella roba del boom, sai. Certezze di un futuro, insomma, di qualcosa che prima o poi sarebbe arrivato e la convinzione che, bene o male, tutto si sarebbe sistemato. Alcune, forse molte, di quelle certezze erano illusioni. Ora lo sappiamo, Fred. Lo so che lo sappiamo. Ma altre erano vere certezze, nel senso che erano cose che poi accadevano veramente. E vuoi saperla un’altra cosa, Fred? Io gliele invidio tutte e due. Le certezze, e le illusioni. A noi non sono rimaste nemmeno quelle.

Sospirai. Restammo tutto il pomeriggio su quegli sgabelli, a bere per non pensare. O forse, a bere per pensare meglio.

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