Afa

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«Guarda che sono le sei, meglio se rientriamo che preparo la cena» dice Marisa strattonando suo marito. Sono lì dalle due, Marisa e Lino. Grazie a Dio, hanno vinto l’afa anche oggi.

Benedetti centri commerciali. Loro, le panchine, l’aria condizionata e l’orario continuato.

Lino non risponde, ma tanto Marisa mica se lo aspetta più. Il problema vero, in realtà, è che con l’udito se n’è andato anche il senno. Marisa cerca di non pensarci. Tutte le volte che guarda Lino muto, con lo sguardo assente e la mano sul bastone, le viene una fitta al petto e deve trovare qualcosa da fare. O da dire. Soprattutto da dire. Così parla da sola. Parla per sé e per Lino. Cercando di far finta di niente. Sempre.

Marisa torna a fissare le porte scorrevoli dell’ipermercato. In fondo, che differenza fa se tornano a casa un’ora più tardi? Nessuno li attende.

Marisa vorrebbe avere qualcuno con cui parlare. I figli sono lontani, le amiche sono poche e non la ascoltano davvero. Si volta verso Lino: stessa posizione da ore, stessa bocca semiaperta, stessi occhi vuoti. Marisa sente un singhiozzo che vuole uscire, un singhiozzo antico, ma lo trattiene. Quell’uomo seduto accanto a lei, canuto e immobile, l’ha amata, un tempo. E anche lei lo ha amato. Ricorda le rughe che gli si affollavano attorno agli occhi quando rideva. Come le piacevano, quelle rughe liete e virili. Lo ha sposato, per quelle rughe. Un tempo bastava poco per sposare qualcuno. Un tempo bastava poco per fare un sacco di cose.

D’improvviso, Marisa scoppia a ridere. Una risata lunga, sonora, liberatoria. Si è appena ricordata di quella volta che Lino le voleva comprare un completino di lingerie “sexy”, come le disse entrando in casa con un’aria maliziosa e soddisfatta per la parola “straniera” che aveva imparato e che andava tanto di moda. Peccato che quello che le aveva consegnato fosse un volgarissimo reggipetto e perizoma tigrato, preso chissà dove, un obbrobrio che nemmeno le prostitute di quinto ordine avrebbero indossato. Marisa era diventata di mille colori, ma poi era scoppiata a ridere. Lino, dapprima imbarazzato, si era unito a lei. La guardava ilare e sollevato, con uno sguardo che sembrava dire “che fortuna che sei come sei”. Certi giorni tra loro si creava una complicità indicibile, che ricordava ma non sapeva spiegare.

Marisa smise di ridere, si asciugò le lacrime. D’improvviso, sentì la mancanza di suo marito. Lo guardò: ancora muto e immobile. Il suo sguardo gli cadde sulle rughe attorno agli occhi: ora spuntavano da sole, non c’era bisogno che suo marito ridesse perché si vedessero. Però erano belle lo stesso. Tutto il viso di Lino, in fondo, aveva conservato qualcosa di familiare con la sua immagine passata. C’erano alcuni momenti in cui suo marito le poggiava una mano sul braccio, e non era la solita stretta per chiedere un aiuto o un sostegno nel camminare. Somigliava proprio ad una stretta vera, sentita, affettuosa. O almeno era così che Marisa la percepiva. Erano quelli i momenti in cui Marisa sentiva che Lino era nascosto in quel corpo muto, ma era lì. Suo marito era ancora accanto a lei, nascosto sotto il peso stantio di ore, giorni e anni, ma era sempre lui. Era Lino da vecchio. Era quello che era diventato, quello che la vita gli aveva riservato.

Di colpo, nella mente di Marisa si formarono spontaneamente delle parole chiarissime: «Non aver paura, tesoro, ti porterò fino alla fine».

Marisa guardò l’orologio: era tardi. Non li attendeva nessuno, ma di certo Lino aveva fame, perché si erano abituati a desinare alle sei e mezza. La signora Marisa si alzò, prese suo marito per mano e si avviò verso casa, per preparargli la cena.

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