Una storia

il

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Era un uomo inconsistente. Scivolava sul mondo, tra la gente, al di sopra della vita con tutta la sua violenza e le sue emozioni che non chiedono il permesso. Era il tuuu monocorde di un telefono occupato, era una lunga e monotona visuale con camera fissa. Era vuoto, anche se apparentemente occupava spazio.

Piangeva solo quando tagliava le cipolle per la cena, urlava solo quando parlava con i duri d’orecchi, si scomponeva solo se cadeva dalla sedia. Era la negazione della vita. Un “ti amo” coperto dal rumore di un treno in corsa, un bacio interrotto da un antipatico imprevisto, una bomba disinnescata. Era troppo poco presente a se stesso anche per essere triste.

Quest’uomo si chiamava Mario. Mario Rossi. Ironia della sua non-vita.

Mario Rossi non sapeva cosa fosse l’amaro in bocca che lascia l’odio, lo stridio pungente dell’invidia, il picco fugace e orgasmico della felicità, il fiato sospeso per un improvviso stupore, la sensazione di sprofondare nel buio tipica della noia, la follia possibile dell’amore.

Per lui non esistevano né le passioni sfrenate né gli hobby più scoloriti, né femme fatale né semplici divertissement, né amici fraterni né anonimi conoscenti, né carne né pesce, né gusti né disgusti, né bianco né nero, né così né pomì. La mortificazione dell’esistenza.

Ma quindi, cosa faceva Mario Rossi? Assolutamente nulla. Vegetava. Si alzava la mattina, faceva colazione, si vestiva, andava al lavoro con la sua utilitaria, pranzava, lavorava fino alle 19 e poi tornava a casa. Cenava, un po’ di zapping davanti alla tv, e poi a dormire. Tutti i giorni. Nella sua storia mai un incidente, una tragedia, un aumento di stipendio.

Aveva un carattere e dei pensieri, che però non ci è dato conoscere. Aveva una corporatura media, un volto anonimo, uno sguardo come tanti. Del nome abbiamo già parlato, si commenta da solo. Non dubito che passasse inosservato.

Aveva una famiglia con cui andava d’accordo sì e no, con tutte le classiche discussioni che abbiamo tutti con mamma e papà. Insomma, era insipido e insignificante anche in quel campo. Aveva un lavoro “normale”, né prestigioso né umile: forse si trattava di un lavoro d’ufficio. Era così sfuggente a qualsiasi determinazione che non poteva permettersi nemmeno di essere disoccupato: dettaglio troppo riconoscibile.

Non aveva soddisfazioni né ambizioni, o forse le aveva, seppur comuni, tanto per non permettere a quell’infida particella negativa “non” di riuscire a definirlo in qualche maniera, anche solo per contrasto. Il vocabolo “straordinario” e tutta la gamma dei superlativi non rientravano nel suo vocabolario.

In quale epoca viveva? A cavallo tra ieri e oggi. In che luogo? In una cittadina di periferia. Quale periferia? La periferia del mondo, s’intende.

Non si sa nulla di lui, se non che è la personificazione della non-azione, la teoria abbandonata dall’esperienza, la maschera dell’essere e pure dell’avere. Perché?

Perché è una somma di parole, una pura astrazione, un insieme di frasi, punti e virgole. È un personaggio, anzi no, il canovaccio di un personaggio. Un contenitore di significati che non ho inserito. Una ricetta senza ingredienti. Un black out narrativo.

Non avete letto niente e avete letto tutto, almeno potenzialmente. Potrebbe essere la migliore storia che avete mai letto, se solo fossi un genio della letteratura e vi inserissi i dettagli giusti.

Peccato.

Fatemi l’immenso piacere di sorridere ad un finale che non esiste, dal momento che non è esistito nemmeno un inizio.

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