Attesa

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Nuoto nel silenzio di questa casa vuota. Tu non ci sei, nemmeno oggi sei tornato. Sono cinque anni esatti che non torni. Mi faccio bombardare da pensieri disparati e da canzoni tristi. Ascolto le mie occhiaie che si allungano e accarezzo le mie ossa che sporgono. Mi manchi, inutile dirlo. O meglio: in un anno a questa parte te l’ho detto tante di quelle volte, che ormai la stessa espressione “mi manchi” ha perso di significato, è diventata una semplice successione di suoni con un significato che ora è meno convenzionale che mai. L’ho consumata.

Sai una cosa? Ho paura che la tua mancanza si prolunghi così tanto che un giorno mi dimenticherò addirittura chi o che cosa stavo aspettando. Sentirò una mancanza abissale che si è scavata un angolino interno tra lo sterno e il seno sinistro, che mi accompagnerà ovunque andrò senza lasciarmi mai, dalla visita dall’oculista alla fila alle poste, dal cinema alla notte sotto le lenzuola anticamente tue e mie e ora disperatamente solo mie. Cazzo, ritorna.

Nell’attesa si perde la connotazione del tempo. Sarà una banalità, ma solo ora ne afferro completamente il significato. L’attesa è un momento di non-azione, non conta come passi il tempo perché non lo passi. Anzi, lo passi non facendo nulla, con la mente fissa a quello che stai aspettando, il vero deus ex machina che scende dall’alto a salvarti da questa situazione altrimenti irrisolvibile. Se, però, il deus ex machina non si presenta con la sua irritante megalomania, tu non puoi decidere di non aspettare più. Certo, puoi decidere di tornartene a casa e di dedicarti a qualcos’altro, ma in realtà stai continuando ad aspettare quel qualcuno che non si è presentato. Subisci, volente o nolente, la sua assenza, il suo arrivo mancato.

È quello che tu mi stai imponendo. Tu non ci sei, e io mi sforzo. Dio solo sa quanto mi sia sforzata in questi anni, di non pensarti, mi sono imposta di non cercare sui marciapiedi la tua camminata, di non vagare con lo sguardo sulla folla in cerca della tua espressione. Ci ho provato. Non ci sono mai riuscita. Prima o poi ricompari, vinci sempre tu.

Ma non pensare che non ci siano stati attimi sereni. Parlo di attimi e non di giorni, perché, per chi aspetta, un giorno diventa improvvisamente un lasso di tempo enormemente lungo, inaffrontabile, fatale. Ci sono stati momenti di sorrisi con volti amici e anche di sguardi pieni di attrazione con occhi sconosciuti, in qualche stazione di periferia. Ma poi tutto scivola via, e ritorna la mancanza della tua presenza. Ci sono momenti in cui arrivo a sperare che tu sia morto, la morte nella sua tragedia ha almeno la leggerezza della consapevolezza: saprei almeno cosa ti è successo, saprei almeno che la mia attesa è finita.

Purtroppo, però, io non so nulla.

Percorro con le dita le mie vene trasparenti, i miei nei sparpagliati. Sfioro la tazza con il tuo nome. Mi nutro di lancette in drammatico senso orario e di nostalgie improvvise, di conti alla rovescia inesauriti e di fotografie ingiallite. Mi lascio attraversare da ricordi comici e casuali e da motivetti di canzoni di cui non ricordo le parole. La contemplazione assorta delle cose è il mio nuovo difetto.

Cosa accadrebbe se tu tornassi? Ci ho pensato una marea di volte, che con gli anni sono diventate nessuna, concretamente. Qualche giorno dopo la tua scomparsa ero certissima di tutte le mie espressioni, di tutti i gesti che avrei fatto, del tono di voce e delle parole che avrei usato. Ora non lo so più.

Sai a cosa sto pensando? Che per certi versi forse è meglio se tu non torni proprio più. Non farti più vedere. È meglio, credimi. Non saprei come fare per riabituarmi a te. E se in realtà non ti amassi più? Se in realtà avessi smesso di aspettarti già da tempo? Come sarebbe bello lasciarsi tutto alle spalle. E tutti questi anni passati ad aspettarti, a sentire la tua mancanza crescere nelle nostre stanze?

Se tu tornassi, e mi chiedessi cosa ho fatto in tutti questi anni senza te, ti risponderei semplicemente: «Sono andata a letto presto».

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